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lunedì 15 maggio 2017

Prefazione al libro "La contestazione ignorata"



“Il Concilio ortodosso di Creta è stato come il Concilio Vaticano II per i cattolici?”. 

Questo è il genere di domanda che la maggioranza delle persone si porranno davanti al recente storico evento che ha caratterizzato il mondo ortodosso. Ad essa si può rispondere: “Sì e no” per i motivi che stiamo per esaminare.

Il Concilio o Sinodo di Creta, detto pure “Grande e Santo Concilio”, si è celebrato dal 20 al 25 giugno 2016 e, nelle intenzioni di chi lo ha convocato, avrebbe dovuto coinvolgere tutte le Chiese ortodosse per esprimere, con un’unica e concorde voce, l’intera Ortodossia. 

Purtroppo all’ultimo momento si sono rifiutate di partecipare le Chiese di Bulgaria, Russia, Antiochia e Georgia. Altre Chiese, come quella Serba, hanno partecipato non celando forti riserve. Questi incidenti hanno ridimensionato tale evento, impedendogli l’attribuzione del titolo “pan-ortodosso”. 

Nonostante ciò, grazie alla forte determinazione del patriarca ecumenico Bartolomeo, il Concilio è giunto allo scopo voluto. 

Esistono verosimiglianze tra quest’evento e il Concilio Vaticano II (1962-1965), al punto che c’è chi ritiene che l’iniziativa ortodossa sia stata, in un certo senso, ispirata da quella cattolica. 

Mi riferisco, soprattutto, al rapporto Chiesa-mondo contemporaneo ma pure al diverso orientamento con cui l’Ortodossia nel Concilio ha considerato se stessa in rapporto con le altre realtà cristiane. Decenni di rapporti interconfessionali ed ecumenici non potevano non lasciare una loro evidente traccia nei testi conciliari. 

Perciò nel messaggio finale è stato detto che «il Santo e Grande Concilio ha aperto il nostro orizzonte sul mondo contemporaneo diversificato e multiforme [… per cui] la Chiesa ortodossa è sensibile al dolore, alle angosce e al grido di giustizia e di pace dei popoli». 

Tale Concilio si è concentrato pure sullo sviluppo della scienza, sulla crisi ecologica, sulle problematiche della famiglia contemporanea e sulla politica. Ufficialmente gli organizzatori hanno voluto che l’evento fosse caratterizzato dal dialogo e dal confronto franco e aperto tra i partecipanti dinnanzi alle problematiche insite nel mondo ortodosso.

Come sono noti i rilievi ampiamente positivi su quest’evento, così sono quasi totalmente ignorate le sue critiche, sollevate ben prima della sua celebrazione. 

Non è mia intenzione aprire polemiche, dal momento che cerco di pormi come osservatore in un campo neutrale. La mia intenzione è capire la logica di chi dissente perché non è possibile alcuna storia oggettiva senz’avere sentito tutte le parti in causa. 

Perciò, invito il lettore a cogliere le linee di fondo delle questioni sollevate, evitando di soffermarsi su aspetti che lo arenerebbero in una semplice disputa confessionale. 

Certamente, dopo il coro entusiasta per tale Concilio, paiono essere veramente strane e dissonanti le idee sostenute nei quattro documenti esposti in questo libro, idee che lo contestano radicalmente. 

Sembra d’essere dinnanzi ad un copione già visto molti anni fa quando, negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, mons. Marcel Lefebvre dichiarava a gran voce: “J’accuse le Concile!”. E, come in quel caso, la maggioranza delle persone sono portate a pensare d’essere dinnanzi unicamente a uomini retrivi, ancorati al passato e incapaci di comprendere le necessità dei tempi presenti. 

Cosa spinge alcuni ad essere contro quest’evento indubbiamente storico e di grande importanza? 
È giusto che chi registra i fatti storici se lo chieda e cerchi una risposta evitando facili semplificazioni e stereotipi. È stato detto che una delle principali ragioni è da ricercarsi nel crescente contrasto ecclesiastico tra Mosca e Costantinopoli: il patriarcato moscovita, particolarmente importante per influenza e numero di fedeli, non ha avuto poche frizioni con quello di Costantinopoli rappresentato da Bartolomeo. 

Tali frizioni sono apparse anche recentemente davanti alla richiesta di autocefalia della Chiesa ucraina. Non pare, dunque, un caso che l’assenza dei moscoviti dall’assise cretese abbia polarizzato attorno a loro i più accesi contestatori di Bartolomeo. 

Nei canali ufficiali di comunicazione, tale lettura “politica” è la prevalente al punto che il sottobosco di tensioni e opposizioni contro il Concilio di Creta può essere facilmente liquidato dai più come “beghe tra preti”.

Quello che la maggioranza non si chiede è la ragione profonda mossa da diversi refrattari alle “riforme” ortodosse, ragione che, per un certo verso, li accomuna ai refrattari cattolici dinnanzi alle novità del Vaticano II o a quelle avanzate da papa Francesco. E la ragione profonda, in perfetta buona fede, non è pretestuosa né “politica” ma  squisitamente religiosa. 

Consiste, sostanzialmente, nel ritenere totalmente incompatibile unire tra loro prospettiva ecclesiologica tradizionale e pensiero postmoderno attuale per il quale, alla fine, tutte le credenze si equivalgono. Nella tradizione cristiana siamo dinnanzi ad un pensiero esclusivo, nella cultura odierna abbiamo un pensiero inclusivo.

Detto diversamente: secondo la dottrina patristica antica, la Chiesa non è altro che l’estensione, nel tempo, del Corpo di Cristo. Come il Salvatore dell’umanità è uno solo, Cristo, seconda Persona della santa Trinità, così la Chiesa, che rappresenta il suo Corpo, il luogo in cui lo si può concretamente sperimentare ed incontrare, è una sola. Tale Corpo non subisce amputazioni: nonostante nel tempo molti cristiani abbiano creato comunità parallele e scismatiche, il Corpo di Cristo, ossia la Chiesa, rimane una e unica e, nella storia, s’incontra in una sola e specifica realtà che ha mantenuto la fedeltà con le origini apostoliche e patristiche nonostante gli scossoni della storia stessa. 

Prescindendo da ciò e introducendo differenti concezioni (la teoria delle “branche”, quella delle “Chiese sorelle” e quella dei “due polmoni”) inevitabilmente si offusca l’idea tradizionale che la Chiesa di Cristo è unica e ciò, alla fine, comporta pure la relativizzazione del suo stesso fondatore. 

Ecco quanto, in estrema sintesi, sostengono gli autori dei testi riportati in questo libro per i quali il Patriarcato Ecumenico è sicuramente entrato in una prospettiva inclusivista, rompendo con l’antica tradizione e condizionando, in tal senso, alcuni testi del Concilio cretese.

Per capire come tale tematica abbia un peso importante, citerò l’esempio offertoci da un particolare autore: John-Henry Newmann (1801-1890). 

Passato dall’Anglicanesimo al Cattolicesimo, verso la fine del XIX secolo, Newmann era uno studioso dei Padri della Chiesa. Fu esattamente lo studio coscienzioso dei Padri che lo indirizzò in quella forma di Cristianesimo che, allora per lui anglicano, gli pareva più convincente.

L’Anglicanesimo cercava di trattenere a sé persone dalle idee più svariate con un pragmatismo che non lo convinceva affatto. D’altra parte, il Cattolicesimo del tempo gli veniva dipinto come una realtà intransigente e poco disposta a venire a patti con la mentalità secolare. 

Ad un certo punto della sua vita, Newmann matura una convinzione che i suoi stessi scritti riportano: la Chiesa dei Padri era caratterizzata da un’intransigenza religiosa fondata sulla convinzione della necessità della fede in Cristo e in Cristo solo. Piegarsi ad uno stile differente, significava ammorbarsi con idee liberali il cui esito finale non poteva che essere l’ateismo: “L’ortodossia si distingue dall’eresia proprio per la fedeltà ai principi”, principi evangelici e patristici.

Ciò che Newmann evoca è esattamente una caratteristica precipua al Cristianesimo antico e patristico: l’esclusivismo. È per esclusivismo che la Chiesa dei Padri negava l’ecclesialità a quei gruppi che da essa si distaccavano ed è per esclusivismo che san Massimo il Confessore riteneva che, anche se in tutto l’ecumene fosse esistito un solo cristiano la cui fede fosse rimasta integra o ortodossa, l’unica Chiesa non sarebbe venuta meno e sarebbe stata rappresentata storicamente solo da lui.

Gli attuali tempi hanno una mentalità differente. 

Ciò che sembra essere urgente non è quanto stava a cuore ai Padri ma la coesistenza pacifica tra popoli e religioni, coesistenza che spinge all’integrazione ed è ricercata con una mentalità generalmente umanistica. In nome di tale coesistenza il Concilio Vaticano II ha cercato “quello che unisce” i cristiani, lasciando da parte ciò che li differenzia. In nome degli stessi principi ma portati ad ulteriori logiche conseguenze, il movimento ecumenico ha posto sullo stesso piano tutte le realtà ecclesiali del Cristianesimo giungendo a progettare un’ideale unità con i credenti di tutte le religioni. Tale opera, non è ardito pensarlo, ha dirette conseguenze geopolitiche poiché, in un certo senso, tende ad omologare il mondo con risultati particolarmente utili a chi gestisce e organizza gli affari internazionali! 

Ora, tutto ciò è fatto in nome dell’inclusivismo o quanto meno tende a spingere ad esso. Ed è qui che si vede nascere un reale problema in chi, latore della coscienza degli antichi Padri, sottolinea l’esclusivismo dinnanzi alla mentalità odierna che spinge verso l’inclusivismo.

Gli scritti che seguono, dunque, manifestano questo problema che, a ben osservare, è tutt’altro che banale e non può essere ridicolizzato. Ci si potrà solo chiedere se la lettura fatta calza o meno con i fatti reali.

I critici sostengono che il Concilio di Creta, sulle orme del Vaticano II, si è aperto al mondo e alle altre realtà ecclesiali cercando di attribuire ad esse il titolo di “Chiesa”, come ordinariamente succedeva negli incontri tra il Patriarcato Ecumenico e le varie realtà cristiane. L’assunzione di questo concetto in sede conciliare, quindi in sede istituzionale, è parsa ai critici stessi in totale dissonanza con il linguaggio tradizionalmente impiegato nei concili passati, linguaggio che abbiamo definito “esclusivista”. 

La conseguenza per loro è ovvia: il Concilio di Creta è uno “pseudo-Concilio” e, nonostante abbia affermato anche molte cose positive, dev’essere abbandonato e condannato.

Tuttavia seguendo tale logica, esiste pure un’altra conseguenza che forse diversi tra loro ancora non considerano: come il Vaticano II ha rappresentato per molti versi un “nuovo fondamento” per il Cattolicesimo, così il Concilio di Creta, stabilendo un nuovo orientamento e una tendente nuova ecclesiologia, farà inevitabilmente da “nuovo fondamento” per il mondo ortodosso. 

Vaticano II e Concilio di Creta hanno, però, una radicale differenza che si gioca tutta sulla ricezione dei testi conciliari. Mentre il primo, una volta concluso, è stato imposto al Cattolicesimo che non lo doveva rifiutare (è questa la prassi di ricezione dei concili in Occidente, almeno dal periodo moderno in poi), il secondo, per poter essere veramente ritenuto valido, deve passare al vaglio di tutta la Chiesa (popolo, monaci e clero) che ne riconosce la compatibilità con l’ethos patristico della Chiesa ortodossa. Questo, almeno, nella prassi tradizionale ortodossa che cerca di seguire quanto caratterizzava la Chiesa antica. 

I critici sottolineano che se il corpo della Chiesa non riconosce come ortodosso tale Concilio, a nulla potranno valere le insistenze e gli sforzi profusi dal Patriarcato Ecumenico o le imposizioni, con minacce e censure, di diversi vescovi.

Le parti in gioco non prevedono una divisione di campi banale, come può essere quella di chi divide il mondo tra “buoni” e “cattivi”, ma il riconoscimento della verità cristiana che è sempre stata concepita esclusiva, mai inclusiva nel senso odierno.

Con ciò in mente, si potranno meglio comprendere anche i seguenti scritti. 

Il primo è una relazione di taglio teologico, tenuta ad un Convegno teologico-accademico nel Pireo (Grecia) poco prima dell’inizio del Concilio di Creta (23 marzo 2016). In essa si ribadisce l’ecclesiologia ortodossa tradizionale indicando nelle idee proposte e poi confermate a Creta, un’innovazione basata su una lettura forzata ed errata di canoni conciliari e di qualche passo patristico nonché su un’influenza ecumenica che ha le sue radici nel pensiero del riformatore ginevrino Giovanni Calvino.

Il secondo testo è il documento finale del medesimo Convegno teologico-accademico che riassume per punti gli argomenti in esso esposti.

Il terzo testo, indirizzato a tutti, appartiene ad un ex abate della Grande Meteora dove, con linguaggio semplice e lineare rifiuta il Concilio di Creta ribadendo i concetti teologici ed ecclesiologici della tradizione ortodossa. 

Il quarto testo è una relazione molto discorsiva che fa il punto della situazione a quasi un anno dal Concilio di Creta.

Tutti questi testi sono indice di una mentalità esclusivista che si serve, talora, di un linguaggio che può sorprendere chi non ne è abituato e può parere ai non ortodossi rigoroso e severo.

Tuttavia, se dobbiamo trovare una radice a tale mentalità esclusivista – che definirei pure integrale, non necessariamente integristica –, non si deve risalire ad un’attitudine psicologica malata o ad una ristrettezza mentale di alcuni, come si è soliti dire per soffocare sommariamente e drasticamente la questione, ma a Cristo stesso il quale, senza tanti giri di parole, disse: «Senza di me non potete fare nulla!» (Gv 15, 5). 

Prendendo sul serio questo esclusivismo non si possono prendere sottogamba quelli che ne discendono logicamente, quando toccano temi essenziali. 

Così, in definitiva, l’unica domanda da porsi è: la rivelazione neotestamentaria può supportare o meno l’inclusivismo odierno e, se sì, in quale preciso senso? 

L’autenticità del Cristianesimo in futuro si giocherà tutta su come verrà risposto a tale domanda.

Se il Concilio di Creta ha saputo mantenersi in un giusto equilibrio, sapendo rispondere sapientemente a tale domanda, lo si potrà vedere pure dai suoi frutti e da come le Chiese ortodosse lo avranno recepito o respinto, terminato il necessario processo del suo riconoscimento che può richiedere anche molto tempo.   

Il libro può essere ordinato cliccando su questo link.



domenica 14 maggio 2017

Il messaggio pasquale "esclusivo" del patriarca serbo-ortodosso






«"Cristo è risorto dai morti, ha distrutto la morte attraverso la morte e a coloro che sono nelle tombe ha ridato la vita".

Cari fratelli e sorelle, la Pasqua è la più grande festa cristiana: la festa della fede, della vita e della benedizione di Dio. Compiendo i comandamenti di Dio confermiamo il nostro amore a Cristo, ma amiamo pure il nostro prossimo.

Il mondo di oggi ha in gran parte accettato altre filosofie: la filosofia della strada larga che porta alla caduta. 
Stanno tentando di sostituire le virtù cristiane con un falso apparente umanesimo e con la falsa spiritualità dell'Estremo Oriente. 
Tutte le false religioni e filosofie sono schiave della morte. 
Viviamo in un'epoca in cui il male è proclamato come buono e la bontà come il male.
Secondo le parole di san Paisios del Monte Athos, il peccato è proclamato come qualcosa di moderno e accettabile. 
Invece di virtù e onestà, la gioventù viene nutrita di idoli e anti-eroi con la disubbidienza e il rifiuto verso qualsiasi autorità. 
C'indirizziamo paternamente a tutti coloro che si sono separati dall'Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa affinché vi ritornino. 
Il peccato di scisma e di eresia è terrificante. I santi Padri hanno detto che neppure il sangue del martire lo può lavare. 
Perdoniamoci davanti alla Resurrezione e diveniamo ancora Uno nella Santa Chiesa, l'unica arca di salvezza. 
Possa il Signore risorto, Colui che ha sconfitto la morte, il datore di vita, dare ogni bene al suo popolo, alla sua razza cristiana ortodossa e a tutti i popoli di buona volontà, in modo da poter tutti gustare la gioia dell'era ventura, la gioia della risurrezione e della vita eterna. 
Porgiamo a tutti il saluto più gioioso: "Cristo è risorto!"».

venerdì 12 maggio 2017

Documentazione critica sul Concilio ortodosso di Creta

Segnalo un libro di recente uscita sul Concilio ortodosso di Creta (20-25 giugno 2016) nel quale sono contenuti quattro testi critici su quest'evento.
I testi, tradotti dall'inglese, presentano un punto di vista strettamente esclusivista, seguendo la tradizione patristica e canonica della Chiesa ortodossa. Come sono noti i rilievi ampiamente  positivi su quest'evento conciliare, così sono quasi totalmente ignorate le sue critiche, sollevate ben prima della sua celebrazione. Con questa pubblicazione non si vogliono assolutamente aprire polemiche (il lettore cattolico noterà un linguaggio che non è particolarmente "ecumenico") ma capire le idee di chi dissente perché non è possibile alcuna storia oggettiva senz'aver sentito tutte le parti in causa. Si scoprirà, così, che il cuore del dibattito ruota tutto sull' "inclusione" e l' "esclusione". Il Cristianesimo, partendo dalle sue fonti, può permettersi d'essere inclusivo e, se sì, fino a che punto? Un tema particolarmente interessante per i nostri giorni.

Il libro è in vendita qui e di esso, probabilmente, riporterò in questo blog la presentazione.

giovedì 4 maggio 2017

Verso uno scisma interno?

Il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I
Una coalizione internazionale opposta alle decisioni del Concilio pan-ortodosso celebrato nell'ottobre scorso sull'isola di Creta, sta progettando di tenere un Concilio ortodosso in Ucraina nel giugno-luglio per anatemizzare l'ecumenismo e coloro che lo sostengono, riferisce il sito "Religione in Ucraina".

La decisione per la Sinassi dell'Ucraina è dovuta alla recente "Sinassi inter-ortodossa di Salonicco", tenuta il 4 aprile. Anche se la riunione è stata proibita dalla gerarchia della Chiesa greca, ha radunato circa un migliaio di chierici, monaci e laici avversari dell'ecumenismo e del globalismo nelle Chiese ortodosse greche, rumene e russe.

Saluti e benedizioni sono stati letti alla riunione del vescovo Longin (Zhar), vescovo vicario della diocesi di Chernivtsi della Chiesa ortodossa ucraina e fondatore del monastero della Santa Ascensione a Bachensk che si preoccupa di circa 500 bambini, alcuni dei quali disabili e afflitti di HIV.

La Sinassi ha invitato il clero greco a cessare la commemorazione del patriarca ecumenico Bartolomeo, dicendo: «Abbiamo sospeso di associarci al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli quale principale organizzatore del Concilio, ai rappresentanti e ai predicatori della paneresia dell'ecumenismo e a tutti i vescovi che accettano il Concilio di Creta come ortodosso».

Le persone riunite hanno condannato l'ecumenismo e il Concilio di Creta. Inoltre, i partecipanti di Salonicco hanno pianificato di tenere un concilio pan-ortodosso antiecumenico nel monastero di Bachensk nel giugno-luglio, in cui intendono anatematizzare il patriarca Bartolomeo e altri che considerano sostenitori dell'ecumenismo.

Il vescovo Longin ha anche preso una posizione rigorosa sulla dichiarazione congiunta di Papa Francesco e del patriarca Kirill del febbraio 2016. Allo stesso tempo, vladyka Longin è continuato a rimanere membro della "Presenza interconciliare della Chiesa russo-ortodossa", un corpo che consiglia la più alta autorità della Chiesa russa in materia di vita interna e attività esterne.

Sua beatitudine il Metropolita Onuphry di Kiev e di tutta l'Ucraina ha celebrato la Divina Liturgia al Monastero della Santa Ascensione a Bachensk ieri, Domenica di san Tommaso o di antipasqua, concelebrando con il Metropolita Meletios di Chernivtsi e Bukovina e con il vescovo Longin.

lunedì 1 maggio 2017

L'inevitabile alterazione? (parte 2)

Il presente testo tradotto, è la relazione finale di un convegno di studi, tenuto a Salonicco (Grecia) sul concilio ortodosso di Creta (vedi qui) che, al momento in cui avveniva il convegno (settembre 2016), doveva ancora tenersi. Il convegno ha radunato alcuni nomi di spicco nel campo della teologia ortodossa nonché alcuni noti vescovi. Il giudizio espresso, in buona parte valido ancor oggi a concilio terminato, tocca dei punti molto interessanti che ho sottolineato. Il lettore noterà particolarmente:

- l'esplicita ammissione che tale assemblea conciliare (come avvenne nel Cattolicesimo) possa servire per un Nuovo Ordine Mondiale. L'evento subisce, dunque, influenze di potentati interessati ad un ordine geopolitico a cui le Chiese devono necessariamente adeguarsi;

- il concilio fa sua l'ideologia dell'ecumenismo il cui fine è l'instaurazione de facto di una superChiesa che non ingloba solo tutte le Chiese cristiane ma, pure, tutte le credenze mondiali. 

- perciò i documenti proposti al concilio cretese evitano accuratamente di condannare qualsiasi errore, come fece lo stesso concilio vaticano II e usano talora espressioni non chiare e piuttosto ambigue;

- le risoluzioni conciliari non sono volute dal popolo ma imposte autoritativamente dall'alto da una ristretta cerchia di alti prelati che non rispetta volutamente la prassi tradizionale dei concili ecumenici servendosi pure di una teologia artificiale, non espressione della fede vivente della Chiesa;

- questa relazione riassuntiva del convegno ammette l'esistenza di vescovi non formati teologicamente e spiritualmente e la contemporanea esistenza di un "pensiero postpatristico" che cerca d'introdurre alterazioni nella Chiesa ortodossa sotto pretesto di una presunta attenzione alle esigenze del mondo attuale. Il clero ortodosso privo di formazione tradizionale è accomunato da una mentalità simile o identica a quella del "neoclero" cattolico, una mentalità di fatto secolaristica.

Questi punti sono particolarmente interessanti anche per il lettore cattolico che vi troverà, perciò, una formidabile analogia con quanto avviene nella propria casa. 
Ci si chiede: anche in Oriente sta avvenendo un' "inevitabile" e imposta alterazione? Quello che è certo è che a lungo andare non possono convivere sotto lo stesso tetto la sensibilità tradizionale e quella modern(istic)a poiché esprimono di fatto punti di vista diametralmente opposti e di difficile conciliazione. 
L'ordine cristiano tradizionale, che obbedisce ai presupposti della rivelazione e della teologia antica, non può essere accolto da chi cerca di sovvertirlo, illudendosi di poterlo mantenere formalmente. Come il Vaticano II fu di fatto un concilio di "rifondazione" del Cattolicesimo, creando nei fatti una "nuova Chiesa", checché ne dicano i moderati suoi sostenitori, così il concilio di Creta, per quanto più prudente, sembra porre gli stessi fondamenti con le medesime inevitabili conseguenze che interverranno pian piano portando ad una graduale dissoluzione della pratica cristiana.
  

1. La teologia della nostra Chiesa è il dono della Rivelazione Divina, l’esperienza della Pentecoste. Non c’è Chiesa senza teologia e nessuna teologia al di fuori della Chiesa, teologia che ha parlato attraverso i profeti, gli apostoli, i Padri e i Santi Sinodi. Quando un Concilio non segue l’insegnamento ortodosso, non può essere un vero Concilio ortodosso, accettabile ai fedeli ortodossi. Ciò può succedere quando i partecipanti nel Concilio non hanno l’esperienza dei santi padri o, almeno, non li seguono poiché li interpretano erroneamente. In tal caso, i membri del Concilio proclamano insegnamenti eretici o finiscono per essere influenzati da obiettivi politici o da altri programmi. La moderna realtà ecclesiastica ha dimostrato che i membri di alto rango della gerarchia della Chiesa sono infatti spesso indebitamente e impropriamente influenzati da agende politiche. In molti casi possiamo vedere la creazione di una rivalità inter-ecclesiastica in cui predominano le priorità nazionali e politiche.

2. Dopo un lungo periodo di preparazione per la convocazione del santo e grande Concilio – 93 anni – dai temi, dai documenti preconciliari e dai commenti del comitato organizzatore notiamo una grande perdita del vero ideale di un Concilio, una perdita di pienezza e chiarezza teologica e, rispetto alle idee dei documenti che sono poi stati discussi, un problema ancora maggiore per l’ambiguità teologica con cui sono stati scritti.

3. Il fatto che non tutti i vescovi, ma solo ventiquattro, di ogni chiesa autocefala locale parteciperanno al Concilio, è estranea alla nostra tradizione canonica e conciliare. I documenti storici esistenti testimoniano, non la rappresentazione, ma la maggior partecipazione possibile dei vescovi di tutti i distretti della Chiesa in tutto il mondo. Inoltre, il fatto che questo Concilio non si caratterizzi come ecumenico a causa della nuova affermazione che “i cristiani occidentali non sono in grado di parteciparvi” (Patriarca Bartolomeo) è in diretto conflitto con i santi padri, che ha convocato i santi Concili senza la partecipazione degli eretici. Di conseguenza, è inaccettabile per i suoi organizzatori affermare che la sua autorità equivale e coincide con i Concili ecumenici. Questo Concilio non può essere chiamato Pan-Ortodosso, perché ovviamente non consente a tutti i vescovi ortodossi di partecipare. Ciò che è altrettanto privo di testimonianza nella nostra tradizione ecclesiastica e canonica, ed è per questo inaccettabile, è la regola “una Chiesa-un voto” con la necessità dell’unanimità tra tutte le Chiese locali. Ogni vescovo ha diritto al suo voto, poiché solo per i problemi non dogmatici è in vigore il principio di “lasciare che il voto della maggioranza prevalga”. Riteniamo inoltre che sia inaccettabile predeterminare le questioni e che il Concilio sia organizzato senza che il corpo direttivo dei vescovi delle chiese locali abbia sinodicamente espresso la sua posizione su questi temi.

4. I dialoghi teologici congiunti tra gli ortodossi e gli eterodossi svolti finora sono stati un tragico fallimento, come i pionieri di questi dialoghi stessi ora confessano. La cosiddetta offerta di aiuto, attraverso i dialoghi, all’eterodossia per il loro ritorno alla verità in Cristo e all’Ortodossia è ora nota come falsa e inesistente. In fin dei conti, questi dialoghi servono e promuovono gli obiettivi di un passaggio ad un Nuovo Ordine Mondiale e alla Globalizzazione. Una realtà importante attualmente ignorata, che i documenti preconciliari presentano, è il fatto che non c’è stranamente nessuna valutazione critica dei progressi fatti finora, nei dialoghi teologici congiunti tra la Chiesa Ortodossa e il resto della comunità cristiana, o nella partecipazione della Chiesa al movimento ecumenico e al WCC - qualcosa che era chiaramente presente nei testi della terza Conferenza preconciliare.

5. Il testo preconciliare intitolato “Relazioni della Chiesa Ortodossa con il resto del mondo cristiano” presenta una serie d’incoerenze teologiche e persino delle contraddizioni. Quindi, il primo articolo dichiara correttamente l’autocoscienza ecclesiastica della Chiesa ortodossa come “Chiesa unica, santa, cattolica e apostolica”. Tuttavia, il sesto articolo presenta una contraddizione con la formulazione dell’articolo precedente (1). Essa afferma che “la Chiesa ortodossa riconosce l’esistenza nella storia di altre Chiese cristiane e delle confessioni che non sono in comunione con essa”. Ciò solleva l’ovvia questione teologica: se la Chiesa è “una”, secondo il simbolo della fede e la coscienza della Chiesa ortodossa (articolo 1), allora come si parla di altre Chiese cristiane? È ovvio che queste altre Chiese sono eterodosse. Le “Chiese” eterodosse, tuttavia, non possono in alcun modo essere chiamate “Chiese” da parte degli ortodossi. Teologicamente, non ci possono essere molte “Chiese” con differenze dogmatiche e, pure, rispetto a molte questioni teologiche. Di conseguenza, poiché queste “Chiese” restano ferme nella cacodossia della loro fede, non è teologicamente corretto attribuire loro alcuna ecclesialità (specialmente in maniera ufficiale), e sono separate dalla “Chiesa Unica, Cattolica e Apostolica”. Nello stesso articolo (6) si trova una seconda grave contraddizione teologica. All’inizio dell’articolo si osserva quanto segue: “L’unità con la quale la Chiesa è distinta nella sua natura ontologica è impossibile a rompersi”. Alla fine dello stesso articolo, tuttavia, si afferma che la partecipazione della Chiesa ortodossa al Movimento Ecumenico è allo scopo di “perseguire un obiettivo oggettivo” di percorrere il cammino verso l’unità. “Qui viene sollevata un’altra domanda: poiché l’unità della Chiesa è un fatto, quale tipo di unità delle Chiese si ricercano nel Movimento Ecumenico? Forse ciò che s’intende è il ritorno dei cristiani occidentali all’Una e unica Chiesa? Questo non appare affatto dalla lettera e dallo spirito del testo nel suo complesso. Al contrario, si dà chiaramente l’impressione che la Chiesa sia infatti divisa e che gli obiettivi degli interlocutori mirino all’unità della Chiesa.

6. Il testo di cui sopra si muove all’interno dei confini della nuova ecclesiologia ecumenica, già articolata dal Concilio Vaticano II. Questa nuova ecclesiologia pone il riconoscimento del battesimo di tutte le confessioni cristiane come fondamento (la cosiddetta “teologia battesimale”). Gli scrittori del testo invocano il settimo canone del secondo Concilio ecumenico e il novantacinquesimo canone del sesto Concilio ecumenico, al fine di prestare validità canonica e legittimità sinodale a questa ecclesiologia cacodossa. Tuttavia, questi sacri canoni regolano solo la maniera in cui gli eretici pentiti vengono accettati nella Chiesa e non parlano in alcun modo dello stato ecclesiologico degli eretici, né parlano del processo di dialogo tra la Chiesa e l’eresia. Inoltre, certamente non implicano l’esistenza di sacramenti dell’eterodosso, né che tali eresie possano comportare la grazia divina. La Chiesa non ha mai riconosciuto né proclamato l’ecclesialità per coloro che sono in errore ed eresia. La “porzione dei salvatati” di cui parlano questi sacri canoni è solo nell’Ortodossia non nell’eresia. L’economia, che i canonici precedenti introduce, non può oggi essere applicata ai cristiani occidentali (cattolici e protestanti) perché mancano i presupposti teologici e i criteri che questi canoni specifici fissano. E poiché l’economia non può essere applicata in questioni che riguardano l’auto-consapevolezza dogmatica della nostra Chiesa, i cristiani occidentali sono chiamati a rinunciare e anatematizzare la loro eresia, abbandonare le loro comunità religiose, essere catechizzati e, nel pentimento, cercare l’accoglienza nella Chiesa attraverso il Battesimo.

7. Nemmeno nel testo sopra citato è menzionata alcuna specifica cacodossia [= credenza errata, ndt] o errore, come se lo spirito erroneo non esistesse più nei nostri giorni. Il testo non evidenzia alcuna eresia o distorsione negli insegnamenti e nella pratica ecclesiastica di coloro che sono nel mondo cristiano che sono fuori dell’ortodossia. D’altra parte, le differenze cacodossiche ed eretiche dagli insegnamenti dei Padri e dei Concili Ecumenici sono caratterizzate come “differenze teologiche tradizionali o possibili nuovi disaccordi” (§ 11), che la Chiesa Ortodossa e l’eterodossia sono chiamate a “superare” (§ 11). “Gli autori di questo testo desiderano l’unità delle “Chiese”, non l’unità della Chiesa di Cristo. Ed è per questo che non si trova alcuna chiamata al pentimento, né al rifiuto e alla condanna degli errori e dei falsi insegnamenti che si sono infiltrati nella vita di queste comunità eretiche.

8. I riferimenti testuali di cui sopra, si collegano a quanto statuito nel W.C.C. [il Consiglio Mondiale delle Chiese] (§§ 16-21) e valutano positivamente il suo contributo al Movimento Ecumenico, sottolineando la piena e uguale partecipazione delle Chiese ortodosse e il loro contributo “alla testimonianza della verità e alla promozione dell'unità dei cristiani” (§ 17). Tuttavia, l'immagine che ci viene data da questo testo per quanto riguarda il W.C.C. è falsa ed artificiale. Per cominciare, la stessa inclusione della Chiesa ortodossa in un'organizzazione che si presenta come una specie di “super chiesa” [ὑπερεκκλησία] e la sua convivenza e cooperazione con l'eresia costituiscono una violazione del suo ordine canonico e una violazione della propria autocomprensione ecclesiologica. L'identità teologica del W.C.C. è chiaramente protestante. La testimonianza della Chiesa Ortodossa nel suo complesso non è stata finora ricevuta dalle confessioni protestanti del W.C.C., come risulta dalla sua storia di settant'anni. Tutto ciò rende manifesto che il risultato finale del W.C.C. tende verso l'omogeneizzazione delle sue confessioni-membri attraverso un lungo e intrecciato sconfinamento. Tale testo nasconde la verità di ciò che è successo in questi dialoghi con le confessioni protestanti-membri del W.C.C. e la morte da esse raggiunta. Oltre a ciò, il testo non condanna l'inaccettabile prospettiva, da un punto di vista ortodosso, dei documenti comuni dell'Assemblea Generale del W.C.C. (Porto Alegre, Busan, ecc.), oltre a non menzionare i numerosi fenomeni degenerativi che ci troviamo, come la “liturgia di Lima”, l'intercomunione, la preghiera comune interreligiosa, l'ordinazione delle donne, la lingua inclusiva, l'accettazione dell'omosessualità da parte di molte confessioni e molto altro ancora.

9. Il cambiamento del calendario della Chiesa nel 1924, da parte del Patriarcato Ecumenico e della Chiesa di Grecia, fu un atto unilaterale e arbitrario, non essendo stata una decisione ortodossa [ossia di tutte le Chiese ortodosse, ndt]. Tale cambiamento ha frammentato l'unità liturgica tra le Chiese ortodosse locali, causando scissioni e divisioni tra i fedeli. La modifica del calendario è avvenuta attraverso l'alacre attività del Patriarca Meletios (Metaksakis), delle confessioni eterodosse e delle agenzie governative occidentali. [Nei riguardi del Concilio pan ortodosso] si è manifestato un impegno da parte dei dirigenti ecclesiastici che ha suscitato aspettative tra i fedeli che avvenisse una discussione e una soluzione di tale problema. Purtroppo, durante i lunghi procedimenti preconciliari, i “protestanti cattolici” e i “protestanti riformati” [i cattolici e i protestanti, ndt] hanno presentato una nuova discussione per l'Ortodossia: la “comune celebrazione della Pasqua”. Di conseguenza, l'interesse si è rivolto a questa nuova discussione e la precedente discussione per guarire la ferita contro l'unità liturgica nella celebrazione delle feste mobili (problema originato senza alcun motivo o bisogno pastorale) ha perso slancio. Anche se era la questione più urgente e bruciante, il calendario è stato rimosso dall'elenco dei problemi da discutere durante la fase finale dei preparativi per il Concilio e senza decisioni sinodali delle Chiese locali.

10. La storia dei Concili ecumenici conferma che ogni volta che sono stati convocati, è stata per una particolare eresia che stava minacciando l'esperienza nello Spirito Santo della verità ecclesiastica e della sua espressione nel corpo della Chiesa. Al contrario, il prossimo Concilio sarà convocato non per definire la fede in opposizione all'eresia, ma per concedere il riconoscimento e la legittimazione ufficiale alla paneresia dell'ecumenismo. Il procedimento nel suo complesso, la preparazione e l'argomento del Concilio sono il risultato dell'imposizione di un'oligarchia ecclesiastica, che esprime una teologia accademica, ossificata, zoppicante e senza spirito, tagliata fuori dal corpo ecclesiastico. Il giudice finale della giustizia e della validità delle decisioni dei Concili è sempre la pienezza della Chiesa – il clero, i monaci e il popolo fedele di Dio – che con la sua vigile coscienza ecclesiastica e dogmatica conferma o rifiuta tutte queste decisioni. Tuttavia, questo progettato Concilio manca completamente di quest'importante parametro, poiché, com'è stato dichiarato ufficialmente, il portatore della validità delle sue decisioni sarà la sua “conciliarietà”, non la sua pienezza ortodossa.

11. Un altro prerequisito fondamentale per la legittimità del Grande e Santo Concilio è riconoscere come ecumenico, così come fa la consapevolezza della Chiesa, l'VIII Concilio (879-880), riunito sotto san Fozio e il IX (1351) riunito sotto san Gregorio Palamas e che ha condannato gli insegnamenti eretici emananti dal Papismo. Ma questa possibilità non è nemmeno entrata nell'oggetto del Concilio o nei testi preconciliari.

12. La modalità ortodossa del digiuno è così forte nella coscienza dei pastori e delle persone, che non ha bisogno di riduzione o di adeguamento. Sono i pastori della Chiesa che hanno la responsabilità di acquisire una mentalità ascetica e di essere istruiti nella loro fede ortodossa per poter così insegnare al proprio gregge con discernimento, con l'esempio e facendo uso dell'inconcepibile ricchezza degli scritti dei Santi Padri. La nostra Chiesa ortodossa applica benevolmente l'economia, in tutta la sua grandezza, a tutti i cristiani ortodossi in tutto il mondo. Ci sono tanti testi dei santi Padri sul digiuno, sull'uccisione delle passioni e sui suoi salutari effetti che non c'è alcun bisogno di banalizzare tale questione sottoponendola alle revisioni postpatristiche con la loro mentalità minimalista, revisioni che pretendono di prestare attenzione all'uomo moderno. Se il prossimo Concilio impone nuove riforme sul numero dei giorni di digiuno e sul tipo di cibo, scimmiotterà il totalitarismo che caratterizza la legge canonica papale che regolamenta ufficialmente tali cose, soffocando pure l'economia stessa.

13. Nel corso del XX secolo l'ecumenismo si è degenerato e tasformandosi oramai in una fantasia pan-religiosa. L'incontro interreligioso e le preghiere comuni fra ortodossi e leader delle religioni del mondo (ad esempio ad Assisi) testimoniano che l'obiettivo finale dell'ecumenismo è l'accettazione reciproca di tutte le religioni e la loro fusione in un grottesco corpo “religioso”, un incubo pan-religioso, che cerca di negare la verità salvifica dell'Ortodossia. Alla luce di ciò, è impossibile giustificare la cooperazione interreligiosa, né può essere fondata sulla sacra Scrittura o sugli insegnamenti dei santi Padri. Le parole ispirate da Dio all'apostolo sono cristalline: “Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c'è tra la giustizia e l'iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?” (2 Cor 6, 14). Inoltre, l'ideale della convivenza pacifica, spinto dai dialoghi interreligiosi ad nauseam, è impossibile, in quanto contrasta direttamente con le parole del Signore: “Se mi hanno perseguitato, perseguiteranno anche voi” (Gv 15, 20) e con le parole dell'Apostolo, “Tutti quelli che desiderano vivere piamente in Cristo Gesù subiranno persecuzioni” (2 Tim 3, 12). Coloro che hanno partecipato fino ad ora a questi dialoghi, non sono stati purtroppo in grado di trasmettere l'insegnamento cristiano ortodosso, né la loro testimonianza ha portato alla conversione all'ortodossia di una sola persona di un'altra religione. D'altra parte, ora hanno raggiunto lo spiacevole risultato di essere sconfitti in quanto illusioni ed eresie, poiché presentano dichiarazioni blasfeme, scandalizzano il fedele popolo di Dio, conducono all'inganno coloro che sono deboli nella fede e provocano una grande erosione spirituale e una corruzione nella mentalità ortodossa. Oltre a ciò, nonostante la pletora di dialoghi svolti finora, non solo il fanatismo islamico non è diminuito, ma sta ulteriormente crescendo.

14. Dobbiamo essere ispirati dalle lotte dei profeti dell'Antico Testamento e dei santi padri della nostra Chiesa per proteggere la sacra Fede [Παρακαταθήκη]. Come loro, ci troviamo di fronte a tentativi di adulterare la fede ortodossa, come fu con la fede mosaica nell'Antico Testamento in cui, prima i cananei, poi i babilonesi e gli egiziani, minacciarono di contaminare la fede nell'unico Dio. I grandi uomini – i profeti, i re, i leader politici e altri – hanno lottato con coraggio per preservare tale pura fede. Combatterono, in particolare, contro i vari falsi profeti emergenti di volta in volta.

In sintesi, concludiamo che il prossimo “Grande e Santo Consiglio” non sarà né grande né santo perché, basandosi sui fatti attualmente in essere, non sembra conforme alla tradizione sinodale e canonica della Chiesa Cattolica Ortodossa. Sembra, inoltre, che non funzionerà veramente come una vera e propria continuazione degli antichi e grandi Concili ecumenici e locali. Il modo in cui i documenti preconciliari sono formulati, con una apparenza dogmatica, non lasciano spazio al dubbio che il Concilio in questione non miri a concedere l'ecclesialità all'eterodossia e a espandere i confini canonici e sacramentali della Chiesa. Tuttavia, nessun Concilio pan-ortodosso ha l'autorità di delineare l'identità della Chiesa diversamente da quella che è sempre stata ed è attualmente. Non vi sono, inoltre, indicazioni sul fatto che il Concilio in questione vorrà condannare le eresie moderne, in particolare la pan-eresia dell'ecumenismo. Al contrario, tutto indica che il prossimo grande e santo Concilio è un tentativo di legittimare e consolidare questa pan-eresia. Tuttavia, siamo convinti che tutte le decisioni che esprimano uno spirito ecumenico non saranno accettate dal clero e dal popolo di Dio, mentre il Concilio stesso sarà registrato nella nostra storia ecclesiastica come uno pseudo-Sinodo.

domenica 30 aprile 2017

L'inevitabile alterazione? (parte 1)

A partire da questo post, pubblico una serie d'interventi che testimoniano come, oramai, nel campo del Cristianesimo (Cattolicesimo e Ortodossia) stanno innescandosi processi di alterazione e di difesa. 
Non condivido necessariamente tutto quello che pubblico ma ne registro l'esistenza come farebbe un buono storico. Altrove ho già notato qualcosa di simile ad un processo degenerativo nel Cristianesimo, processo mosso da alcuni alti vertici i quali, coscienti o meno, pongono atti o scritti ufficiali tali da creare non poca confusione tra i fedeli.
In quest'intervento, ho trascritto qualche passo  da una conferenza il cui relatore, padre Paul Kramer [1], conclude senza mezzi termini: papa Francesco è ateo. 
Questo papa, che non mi ha mai entusiasmato, viene dunque qualificato ateo. 
Se le cose stanno proprio così, non attenderemo molto a notare forti conseguenze e ripercussioni, cose che stanno già iniziando a moltiplicarsi. Infatti si stanno creando forti reazioni e polarizzazioni, situazioni che, guarda caso, oggi caratterizzano pure il mondo ortodosso, seppur in altra modalità. Lo vedremo nei prossimi post.
Che ci sia qualcuno, non cristiano, il quale, disponendo di grandi mezzi finanziari, sta iniziando ad attaccare e confondere il Cristianesimo servendosi dell'influenza di alcuni suoi alti gerarchi mossi da lui come marionette? Sempre più persone se lo stanno chiedendo. 

Nella Chiesa in sé per sé, non esiste alcuna defezione. Non si parla [mai] di “defezione”. Sant'Atansio disse che anche se tutti i fedeli di Cristo fossero ridotti ad un pugno di persone, ci sarebbe comunque una vera Chiesa di Gesù Cristo.

A colui che viene eletto papa e che è apparentemente tale, ma che in realtà è senza fede, ossia è un infedele totale, a lui si applicano le parole di papa Innocenzo III: “Egli dev'essere gettato via, costui dev'essere condannato dalle sue stesse parole”.

Prima di tutto questo papa [Francesco] afferma che il Dio dei cristiani perdona coloro che non credono e che non cercano la fede [2]. La misericordia di Dio non avrebbe limiti se chi chiede pietà lo fa in contrizione e con cuore sincero, quindi il problema, per chi non crede in Dio, è solo quello di obbedire alla propria coscienza.

Ora, questo è un insegnamento assurdo. Prima di tutto, se non si crede in Dio, non si ha fede, come puoi chiedere misericordia ed essere contrito con cuore sincero se non Gli credi. Questa è l'assurdità del pensiero dell'uomo.

In questo caso, le parole-chiave da notare sono “coloro che non credono e che non cercano la fede”. Queste sono le parole di papa Bergoglio. Dio li perdona? Bergoglio dice che la misericordia di Dio non ha limiti. Il problema, per chi non crede in Dio, è solo quello di obbedire alla propria coscienza. La bontà o la malvagità del nostro comportamento dipendono da questa decisione.

Così, la bontà o la malizia del nostro comportamento non dipendono dal fatto che si violi o meno la legge di Dio, che si obbedisca alle sue leggi, che si faccia ciò che è oggettivamente giusto o oggettivamente sbagliato. No! Secondo papa Bergoglio, la bontà o la malvagità del nostro comportamento, dipende dalla nostra decisione di obbedire o meno alla nostra coscienza.

La legge di Dio non conta più, la salvezza non dipende più dall'obbedienza alla legge di Dio, dipende solo dall'obbedienza alla nostra coscienza, indipendentemente dal fatto che la nostra coscienza sia in accordo con la legge di Dio oppure no. Questo non importa più. Bergoglio afferma con inequivocabile chiarezza che una persona priva di fede può ottenere il perdono di Dio obbedendo alla propria coscienza. Per Bergoglio, quindi, la coscienza è autonoma e allora che dire dei comandamenti di Dio “tu farai, tu non farai”?

Purtroppo i contenuti dei comandamenti divini non si applicano alla religione di papa Bergoglio: è sufficiente fare ciò che pensiamo sia giusto ed evitare ciò che pensiamo sia sbagliato. Anche se non credi in Dio, fintanto che farai ciò che pensi sia giusto, sarai salvato e i tuoi peccati saranno perdonati. L'economia della salvezza, secondo Bergoglio, ci dispensa completamente da un qualsiasi bisogno di fede. Non c'è bisogno di alcun tipo di fede nella religione di Bergoglio. Nessuno può dire alla tua coscienza cosa deve o non deve fare; fa' ciò che pensi sia giusto, evita ciò che pensi sia sbagliato. Non hai nemmeno bisogno di credere in Dio: basta fare ciò che pensi sia giusto. Questa è la religione di Bergoglio: è quanto di più lontano dal Cristianesimo vi possa essere, è come il Cielo lo è dall'Inferno.

La religione di Bergoglio non è il Cattolicesimo, è una religione massonica. Si tratta della dottrina massonica della peggior specie. La massoneria ottenne tale dottrina dallo gnosticismo il quale a sua volta trasse la propria dottrina dall'antico paganesimo. È per questo che li chiamavano “antichi misteri”; sono gli antichi misteri del paganesimo.

Il suo credo è sostanzialmente identico a quello del libero pensatore illuminista e ateo [3] lord Shaftesbury (1671-1713). Gli articoli attinenti al credo religioso di lord Shaftesbury sono pochi e semplici ma scritti con una convinzione ed un entusiasmo incredibili. Permettetemi di riassumere brevemente questo credo che è la fede in un solo Dio il cui attributo più caratteristico è la benevolenza universale.

Il governo morale dell'universo è il futuro stato dell'uomo che sopperiscono all'imperfezione e riparano le diseguaglianze della vita attuale”, sono parole prese direttamente da wikipedia. Una volta avevo la formulazione completa, con le parole usate dallo stesso Shaftesbury ma si trattava di due volumi della monumentale opera di padre Cornelio Fabbro, “Introduzione all'ateismo moderno”. Purtroppo i miei libri sono finiti da qualche parte in una biblioteca delle Filippine e non li ho più con me.

Tuttavia, questo riassume concisamente la dottrina di Shaftesbury. La sua dottrina morale è quella del senso morale e il principio di base del senso morale è che la distinzione tra giusto e sbagliato è insita nella natura umana. Tuttavia, la moralità è distinta dalla teologia e qui arriviamo al cuore della dottrina di Bergoglio. La morale si distingue dalla teologia!

Un paio di settimane fa il cardinale Robert Sarah ha sottolineato che tutto questo è eresia. Ha avvertito Bergoglio che la Chiesa d'Africa non accetterà questo suo errore. Ha detto che si tratta di un'eresia e che non si può prendere la dottrina del magistero della Chiesa e metterla in una scatoletta per poi fare tutt'altro nella pratica pastorale della Chiesa. Eppure, questa è la dottrina di Shaftesbury che poi è pure la dottrina di Giorgio Bergoglio.

La moralità si distingue dalla teologia, ossia le qualità morali di un'azione sono determinate a prescindere dalla volontà di Dio. Quando papa Bergoglio se n'è uscito con questo sfogo di totale mancanza di fede, ciò costituisce la prova provata, al di là di ogni ragionevole dubbio, che costui non ha assolutamente fede.

Coloro che difendono ciecamente la “Chiesa del Vaticano II” affermando che in realtà lo stiamo citando erroneamente o che sia stato Scalfari ad aver manipolato le sue parole per indicare qualcosa di diverso da quello che voleva dire realmente il papa, dicono solo un mucchio di sciocchezze.

Prima del suo arrivo in Vaticano e prima ancora di farsi chiamare Francesco, come arcivescovo di Buenos Aires, scrisse a quattro mani un libro con un rabbino di nome Skorka e in quel libro dice esattamente la stessa cosa.

Cerchiamo, quindi, di non illuderci: non è stato l'ateo Scalfari ad aver travisato il pensiero di Bergoglio. È proprio così che la pensa il papa. Si tratta dell'essenza stessa di apostasia, cioè la mancanza di fede più assoluta, stiamo parlando di un uomo assolutamente senza fede, che predica una religione senza fede.


NOTE

[1] La conferenza di questo sacerdote cattolico è disponibile qui. Da quest'intera conferenza è stato trascritto il testo dal min. 39,49 al min. 47,57. Questo sacerdote, contrariamente a quanto alcuni possano pensare, non appartiene ai tradizionalisti cattolici. Ha, semmai, un atteggiamento critico verso il profondo secolarismo che sta caratterizzando il Cattolicesimo odierno. Conosce un certo seguito negli Stati Uniti d'America.

[2] Il conferenziere fa riferimento al dialogo avvenuto qualche anno fa tra Eugenio Scalfari, direttore di Repubblica, e papa Francesco Bergoglio. Da questo dialogo è pure uscito un libro (vedi qui).

[3] In realtà, lord Shaftesbury non era propriamente ateo ma un filosofo teistico che prescindeva dalle basi della rivelazione cristiana. Per un iniziale approfondimento sul suo pensiero, vedi qui.

sabato 22 aprile 2017

Soldi o amore?

Un sacerdote mi scrive:

Il problema serio è che nella Chiesa non si trovano volontari per fare un lavoro decente. Tutti vogliono essere pagati e soldi non ce ne sono”.


Rispondo:

Carissimo padre, i soldi sono molto secondari, a mio avviso. Quello che invece noto come primario è la mancanza di amore. Quando c'è amore, la Chiesa è sentita come casa propria e questo non le fa mancare nulla, neppure dei lavori decenti. D'altra parte, i soldi (che ci sono ma sono gestiti da qualche vertice ecclesiastico) forse conoscono altre destinazioni ...”.

domenica 16 aprile 2017

L’anima di una chiesa

Alcune antiche mistagogie cristiane riflettevano sulla chiesa come edificio, rinvenendovi profondi significati. Non è casuale! 

«Vi dico che, se questi [i discepoli] taceranno, grideranno le pietre» (cfr. Lc 19, 40). 
Ecco una frase di Cristo che pochissimi oggi sono in grado di capire. E infatti, per chi le sa ascoltare, le pietre delle antiche chiese parlano, eccome!
La chiesa ha un suo modo di comunicare, non solo attraverso le opere d’arte ivi contenute, la disposizione del suo interno, i suoi arredi sacri.

Mi dica velocemente cosa c’è di più importante in questa chiesa”, chiese un giorno un frettoloso turista ad un sacrestano di una chiesa ortodossa.

Come faccio a dire a questa gente che la cosa più importante in una chiesa non è visibile agli occhi?”, mi disse il buon uomo che non poté rispondere a quel vanesio turista perché non era in grado di poter afferrare l’ABC del Cristianesimo.

Infatti, la chiesa racchiude un tesoro e un insegnamento che gli occhi non possono vedere, un insegnamento molto più profondo e importante, rispetto a quello che può dare ogni oggetto in essa contenuto, poiché proviene dalla sua anima.

Come può un edificio inerte avere un’anima?”, si chiederà qualcuno. Questa domanda nasce da due presupposti:

a) Abbiamo un approccio unicamente razionalistico: quello che passa nella razionalità e nei sensi esiste, quanto non vi passa è almeno dubbio che esista. Ma questo potrebbe essere segno di un agnosticismo pratico;
b) Le chiese che ci circondano, generalmente, non comunicano più nulla di spirituale, neppure quelle più tradizionali.

È abbastanza impressionante che un edificio nel quale i cristiani si sono radunati per le preghiere della Settimana santa e per celebrare la Resurrezione del Signore, eventi realmente unici, non possa dire nulla e mostri un’assurda vacuità o la stessa sensazione che si può facilmente avere in un auditorium, in una biblioteca o in un teatro. 

In realtà è così: oggi passando in una chiesa dove si celebrava una messa di Resurrezione, oltre all’odore dell’incenso usato per la liturgia latina, non c’era “atmosfera”, non la notavo affatto, nonostante tutte le buone intenzioni dei presenti.

Passando in una quasi vuota e silente chiesa ortodossa, ieri sera, l’atmosfera c’era, eccome, al punto che chi mi accompagnava se ne accorse prima di me. Più ci si avvicinava all’iconostasi più la si sentiva. Era l’ “anima” della chiesa che s’imponeva e sembrava dirci: “Sono qui, non mi senti?”.

Prospettiva verso il mare dalla Skiti atonita di Agia Anna

Quest’atmosfera è “speciale”, me ne accorsi diversi anni fa visitando la chiesa atonita di sant’Anna, quasi sulla punta del Monte Athos. Ovviamente in quel posto l’intensità era molto più forte e si trasmetteva nella forma d’un silenzio penetrante, denso, ricco di energia e di forza che premeva nelle tempie per entrare nell’interiorità. 

Questo tipo di energia (non la si può definire diversamente!) ha una pienezza tale da imporsi per se stessa ed è il segnale d’una presenza viva, seppur invisibile agli occhi. Non è spiegabile a parole, bisogna solo provare a sentirla e le mie affermazioni saranno immediatamente comprensibili. È un silenzio che non è solo assenza di rumori! È quello che in termini tecnici si definisce come una ierofania, una manifestazione sacra.

O tu, che tutto riempi”, dice un tropario bizantino riferendosi all’energia di grazia dello Spirito santo. Ecco l’anima della chiesa, intesa pure nel suo lato materiale, come edificio.
La gente se ne accorge alla sua maniera quando dice: “In quella chiesa sto bene”. Tuttavia, si deve tenere ben presente che questo non è un semplice benessere psicologico ma spirituale. Il benessere psicologico lo si può ottenere con un sottofondo musicale, con una luce calda e poco intensa, ma è di ordine completamente diverso. Un Cristianesimo che si serva di questi mezzi, mostrando di non aver più altro, non è diverso da qualsiasi movimento New-Age!

Come mai alcune chiese hanno quest’anima e la maggioranza ne è priva? Come mai la chiesa di sant’Anna me lo testimoniava mentre una chiesa protestante di Berlino e una ortodossa di Venezia, no?

Ecco una domanda interessante.

Ebbene, la risposta alla quale sono pervenuto è la seguente.

La dogmatica cristiana, appoggiandosi sui dati rivelati, indica come Dio agisce nell’uomo e nel mondo: normalmente attraverso la mediazione umana. Infatti, per la redenzione, Dio ha assunto l’umanità indicando con ciò la modalità normale con la quale agisce. Ma attenzione: lumanità che fa da trasmettitore divino, devessere trasformata, per essere in grado realmente di trasmettere. Nella logica della rivelazione nulla agisce magicamente!
Il cuore dell’uomo è come il letto di un fiume. L’acqua non è prodotta dal letto del fiume ma dalle montagne. Il letto del fiume si limita a trasportarla a valle e poi al mare ma non deve essere ostruito altrimenti l’acqua non corre e cercherà altri canali!
L’irradiazione della presenza divina è come l’acqua: normalmente ha bisogno d’essere contenuta e irradiata da un cuore purificato dalla grazia di Dio, da un uomo puro. Per questo un sacerdote santo che celebra l’eucarestia può trasmettere quello che uno non santo non trasmette, nonostante entrambi possano consacrare il pane e il vino. 
Per questo un monaco santo (san Serafino di Sarov o san Paisios del Monte Athos), quando parlava con poche parole su Dio cambiava i cuori, a differenza di molti altri che fanno fiumi di parole e non ottengono che stitici o fuorviati risultati.
Una questione, questa, già esaminata da san Simeone il Nuovo Teologo (IX sec.) sull’efficacia dei sacramenti.

Chiesa centrale (Katholikòn) della Skiti di Agia Anna
Un uomo con un’interiorità non orientata a Dio (o con una fede distorta) chiude il canale di comunicazione, intasa il letto del fiume, per dirla con l’esempio appena fatto. Non c’è evangelizzazione che tenga, se l’umanità di chi la compie è opacizzata dalle passioni e da un amore egoistico. La conseguenza è che la stessa chiesa ce lo dice: l’edificio non trasmette più nulla, si “spegne” e si “raffredda”, diviene vuoto, inerte, morto. L’edificio, come ogni cosa, viene infatti toccato, “energizzato” dal nostro modo di essere, se così si può dire.
La stessa energia di grazia, che l’uomo certamente non crea ma che diffonde, ha bisogno di uomini puri, non di qualsiasi uomo. Perciò un tempo si sceglievano i sacerdoti tra gli uomini meglio disposti alla grazia, non tra chiunque o, peggio, tra gli amorali. Un sacerdote o un laico vanesio o libertino che vogliono evangelizzare credendosi a posto, sono come una tubazione arrugginita piena di buchi che presume di portare l’acqua ovunque come se fosse una tubazione nuova. Un buon idraulico la sostituirebbe immediatamente, anche se è nascosta nel muro e nessuno se ne accorge! La moralità non è il fine del Cristianesimo ma è uno dei suoi mezzi, esattamente come un secchio nuovo è un mezzo per portare l’acqua; nessuno si sognerebbe di portare dell’acqua con un secchio bucato!
La pratica dei comandamenti impone un distacco dalle cose e da se stessi, distacco indispensabile per chi vuole lavorare nelle realtà dello spirito. Se ciò non avviene, è come presumere di poter studiare distraendosi continuamente dalla lettura dei testi. L'adesione dello spirito alla carne, per dirla con san Paolo, non fa che vedere quella e storna lo sguardo interiore dalle realtà superiori [*].
Oggi ci siamo talmente discostati dall’essenzialità del Cristianesimo che siamo arrivati al punto di salvare l’apparenza (basta che le ruggini e i buchi siano nascosti!) e chiunque, o quasi, può lavorare con una certa responsabilità  nella Chiesa: basta apparire studiosi, per usare l'esempio appena fatto, e si riceve una laurea, salvo poi mostrarsi totalmente incapaci. I risultati, infatti, si vedono perché hanno una forte ricaduta pratica: ecco spiegata la grande dispersione odierna («Chi non raccoglie con me, disperde!» Mt 12, 30).

Questo riguarda pure un edificio ecclesiastico dove, nel caso peggiore, lo si mortifica [**] mentre, al contrario, lo si trasfigura. 
Oggi più che mai, infatti, valgono le parole di Cristo: «Vi dico che, se questi [i discepoli] taceranno, grideranno le pietre» (cfr. Lc 19, 40).

E che Cristo risorto sia con i suoi fino alla fine del mondo, lo si desume anche da queste cose positive, visto che la gran maggioranza dei discendenti degli apostoli oramai tacciono e non le comprendono più.

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Note

[*] Siccome il fine del Cristianesimo è preparare l'uomo per l'Al di là, nella dimensione futura la persona, spogliata momentaneamente della carne (che riacquisirà nella forma trasfigurata alla fine dei tempi), cerca appoggio e sicurezza nelle abitudini avute fino ad allora. San Paolo dice che "ciò che brama la carne è morte" (Rom 8, 6). Tale passo, ingiustamente privato del suo contesto escatologico, è stato  qualificato come "sessuofobico", al punto che così lo giudicano pure molti cristiani. In realtà, a mio avviso, le cose stanno diversamente. San Paolo ha in mente la situazione di una persona spogliata dalla carne, subito dopo la morte, che continua a cercarla passionalmente anche nella sua nuova dimensione, se non altro per l'abitudine acquisita da una vita. In quella nuova situazione, tale persona è "votata alla morte" perché non si appoggia su quanto è vivo (lo spirito) ma porta le sue energie su quanto oramai giace nel sepolcro ed è soggetto alla dissoluzione (la carne della quale si è spogliata). Di qui il bisogno del cristiano tradizionale, nella dimensione temporale, di non assolutizzare la propria dimensione carnale. La scelta monastica, in ciò, è la preparazione più radicale per l'Al di là ma questa prospettiva escatologica, autentica spiegazione del monachesimo, è oramai persa almeno nel 95 per cento del Cristianesimo occidentale, per fare una stima generica. 
Senza escatologia, però, non c'è più vero Cristianesimo e la morale da semplice mezzo diviene fine e ideologia non convincendo più nessuno. Ecco perché, se si parla di morale, nel mondo Cattolico si ha immediatamente grande eco (sia tra chi ne è contro sia tra chi la difende) mentre se si parla di spiritualità non c'è che una debolissima attenzione, pensando debba trattarsi di cosa buona solo per "colli torti".

[**] Ciò spiega anche la diffusione di una certa arte ecclesiastica il cui messaggio, visto da un animo formato con i criteri tradizionali, non può che parere osceno e depravato. È il caso di un dipinto con approvazione episcopale nella cattedrale cattolica di Terni (Italia), in cui prostituti e libertini, senza alcuna conversione, vengono portati in Paradiso da un Cristo seminudo (vedi qui).