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sabato 20 gennaio 2018

La "pornoteologia"

Mi intratterrò su questo tema brevemente, ben sapendo che ai cristiani non è conveniente parlare di certe cose, come ricordava l'Apostolo Paolo.
Già da tempo ho pensato di coniare il termine "pornoteologia" per indicare quel tipo di riflessioni "teologiche" che nascono da presupposti non spirituali. 

La teologia tradizionale prende spunto da quella patristica la quale si muove sempre ed esclusivamente da presupposti spirituali. San Gregorio il Teologo (il Nazianzeno) ricorda spesso nei suoi scritti che il vero teologo è colui che si trasforma con l'azione dello Spirito Santo divenendo uomo spirituale. Solo l'uomo che prega e che si muove in una logica divina è un vero teologo. Di qui l'indispensabilità di essere trasformati, di cambiare radicalmente la mentalità secolare per assumere la dignità dei figli di Dio i quali non sono mossi da uno spirito carnale ma direttamente dallo Spirito Santo. Di qui pure la centralità della vita monastica nella Chiesa che diviene un vero e proprio paradigma per il vissuto ecclesiale.

Questa è la tradizione della Chiesa e impone prima di tutto una trasformazione personale e solo dopo una formazione intellettuale (sequenza che oramai non è più osservata dando erroneamente per scontata la prima e ritenendo assolutamente marginale la vita monastica).

Se ci si stacca da questa tradizione teologico-spirituale non osservandola più (il che è un vero e proprio scisma che implica o prima o poi delle eresie), succedono i pasticci odierni che si potrebbero tranquillamente qualificare come "pasticci diabolici".

È da anni, oramai, che nel mondo cattolico corre l'idea secondo la quale i rapporti tra le tre Persone Trinitarie sono analoghi ai rapporti sessuali o carnali. È un'idea, questa, che si può sentire pure in certe omelie com'è capitato al sottoscritto. Ultimamente si sta diffondendo l'idea che l'eucarestia è paragonabile al dono del corpo il quale implica una donazione sessuale (idea diffusa da un paio di sacerdoti di Bergamo, Manuel Belli e Andrea Grillo, come si può riscontrare nel web).

La bocca parla per la pienezza del cuore e se il cuore, invece di essere purificato dallo Spirito, è invaso da compulsivi pensieri carnali è ovvio che la stessa teologia viene oscurata e capovolta.

In questi casi l'unica cosa da fare, oltre a denunciare queste vere e proprie bestemmie, è quella di evitare accuratamente tale genere di persone e le loro idee, persone che, secondo i Padri, sono ormai divenute come diavoli. 
Infatti la loro non è più la teologia della Chiesa ma  una vera e propria "pornoteologia", diffusa anche a causa dell'indifferenza e dell'ignavia episcopale odierna.
Il fine della teologia è l'elevazione della persona dalle contingenze del mondo presente alla sfera spirituale con la quale assume la "veste nuziale" per prepararsi all'incontro con il Signore. Se questo non avviene e ci si intrattiene su argomenti quanto meno sconvenienti, non ci si potrà poi meravigliare quando, giunto il momento, ci si sentirà respingere dallo Sposo per non essersi rivestiti della veste nuziale stessa, come ricorda la parabola evangelica. Un clero che non aiuta le persone a mettersi in questa prospettiva è veramente divenuto collaboratore del diavolo.

giovedì 18 gennaio 2018

I vasi sacri

I vasi sacri sono quelle particolari suppellettili adibite a contenere il pane e il vino eucaristico. Nel rito romano-latino i vasi sacri sono il calice, la patena e la pisside. Nel rito bizantino sono il calice e il disco o patena con il suo asterisco. 
La terminologia “vaso sacro” è ancora in uso comune e indica sia l’atto del contenere qualcosa (vaso), sia la sacralità di tale oggetto, ossia il suo uso esclusivo per un atto sacro o liturgico.

Non è dunque un caso che nel tradizionale rito romano-latino, come presumibilmente avviene pure nel rito bizantino, il calice e la patena vengano consacrati. Il Pontificale Romanum prevede determinate preghiere e l’unzione, con il sacro Crisma, del calice e della patena che d’ora in poi avranno l’esclusivo utilizzo eucaristico.

Si badi bene al significato sotteso: l’unzione crismale accomuna sia i vasi sacri che le mani di chi viene ordinato sacerdote nonché la consacrazione dell’altare. Il Crisma, o Myron, indica la presenza dello Spirito santo che si effonde su cose e persone prendendone possesso, facendole entrare, in qualche modo, nella sfera del divino.

Nella tradizione della Chiesa, sia in Occidente che in Oriente, si è stabilita la consuetudine di velare gli oggetti sacri in modo che non fossero immediatamente visibili. In Oriente l’iconostasi nasconde, di fatto, tutto il santuario e quanto vi è in esso. In Occidente, ai tempi di papa Innocenzo III, esistevano tre veli: le tende che chiudevano il santuario pendendo dalla pergula delle balaustre, le tende che chiudevano il ciborio e il velo sul calice. In questo modo, il calice durante parte del culto, finiva per essere coperto da ben tre veli!

Perché il bisogno di nascondere le cose sacre e di allontanarle dal tocco di mani non consacrate? Perché per la Chiesa altomedioevale Dio non è immediatamente percepibile e neppure pensabile. La sua presenza agisce nel mistero, essendo un Deus absconditus. Dio non cade immediatamente sotto il dominio dei cinque sensi perché agisce nell’interiorità umana, nel cosiddetto cuore. Anche oggi chiunque può ammettere che la divinità è così discreta da lasciare all’uomo perfino la libertà di negarne l’esistenza. Ad Essa ci si accosta tramite un’ascesi mistica. Non a caso le mistagogie patristiche paragonano il santuario di una chiesa all’intimità spirituale dell’uomo, intimità che è normalmente velata alla ragione. E nel medioevo, infatti, i santuari sono normalmente tutti velati.

Il velare ha dunque un fine educativo per un approccio religioso equilibrato e tradizionalmente sensato.

Pian piano in Occidente, però, iniziano ad esercitarsi due elementi che cambieranno lentamente gli equilibri alto-medioevali: il devozionalismo e il razionalismo. Al primo caso appartiene l’ostensione dell’Ostia santa, subito dopo la sua consacrazione, essendo unesigenza dettata dalla devozione che pone l’accento sul “vedere”, sullo svelare; è un vedere senza poter vedere con l’intenzione, però, di voler vedere a tutti i costi. L’uomo della fine del medioevo aveva bisogno di questa visione per capire se, in qualche modo, l’ostia consacrata subisse dei fenomeni sensibili dovuti alla consacrazione
Al secondo caso appartiene l’esercizio della ragione nella fede, spingendola oltre i limiti nei quali si erano contenuti i Padri Qui si pone l’accento sul capire prima che sull’esperire determinando, volente o nolente, la secondarietà della spiritualità e della mistica a favore dell’indagine filosofico-teologica. Anche questo determina, in un certo qual modo, uno svelamento.

Non è dunque strano che con il trionfo del Rinascimento i santuari delle chiese latine perdano due dei tre veli ancora esistenti al tempo di Innocenzo III. Ora lo sguardo del fedele può penetrare in ogni dove senza incontrare più ostacoli: egli vuole vedere per capire, per dedurre logicamente!
Nonostante ciò il santuario rimane ancora un luogo intangibile: il laico non vi può penetrare se non con un permesso particolare e i vasi sacri non possono normalmente essere toccati dai laici tant’è vero che, ancora dopo il Concilio di Trento, il sacerdote porta direttamente sull’altare calice e patena velati mentre si reca a celebrare la Messa.

Sappiamo che queste ultime disposizioni sono attualmente venute meno: il santuario di una chiesa cattolica è divenuto uno spazio aperto, quindi praticabile da tutti, e i vasi sacri sono oramai toccati dai laici senza alcuno scrupolo (si pensi ai cosiddetti “ministri straordinari” dell’eucarestia ma anche agli infiniti altri casi riscontrabili nella pratica). 

Il razionalismo teologico attuale ha portato, da parte sua, ad accantonare ulteriormente il cosiddetto mistero, che pure alimentava generazioni di credenti, soprattutto nell’alto medioevo. La logica conseguenza a tutto ciò è stata la desacralizzazione e la cosiddetta “demitizzazione” con la quale non si è solo decurtato il Vangelo ma si è oscurata la tradizione pedagogica propria al Cristianesimo. In casi estremi tutto ciò ha portato ad un vero e proprio agnosticismo religioso che ha invaso anche gli ambienti ecclesiali.

Illustrato questo cammino, sono dunque comprensibili tutte le conseguenze attuali, quelle che vengono prosaicamente definite “abusi” ma che, in realtà, rispondono perfettamente alla nuova sensibilità che si è venuta a creare, nonostante esista ancora qualche norma contraria.

Non mi sono dunque meravigliato quando, entrando nella bella chiesa medioevale di Muggia Vecchia (Ts) ho osservato dei vasi sacri posti su un tavolinetto, all’ingresso della chiesa stessa. L’orario della mia visita era quello di una messa vespertina ma questo non scusa tale disposizione. 

Simbolicamente tutto ciò impone un capovolgimento di significati: ciò che dovrebbe rimanere intangibile diviene toccabile e raggiungibile nella sua materialità. Inoltre, il luogo deputato alla riposizione di questi oggetti particolari non è quello che dovrebbe essere, il che da l’impressione che essi siano oggetti comuni. A monte di tutto questo, non è difficile capirlo, c’è una demitizzazione, la negazione del sacro, come se Dio tutto ad un tratto fosse qualcosa di materialmente toccabile, razionalizzabile. In una parola: consciamente o meno, Dio diviene qualcosa di puramente creato, il che spiega sufficientemente l’arianesimo occidentale odierno.

Ma senza scomodare la simbolica liturgica e la teologia una qualsiasi persona capirebbe che porre le cose così fuori posto potrebbe indicare qualche problema psicologico: una casalinga che mette le lenzuola negli armadi della cucina e le stoviglie in camera da letto non da certo un’impressione molto positiva! 

Oltretutto se si pongono degli oggetti di valore vicino alle porte di una chiesa li si lascia a disposizione del primo malintenzionato che passa…



Quello che mi preme aver osservato, con questo scritto, è che anche le cose più originali, che oggi si possono riscontrare facilmente in una chiesa, non sono poste a caso ma rispondono tutte ad una logica il cui significato, il più delle volte, affonda le sue origini in atteggiamenti nei quali la fede o è alterata o è inesistente. 

Oramai o non si crede più come un tempo o non si crede affatto.

giovedì 28 dicembre 2017

Un video per riposare


Segnalo ai miei lettori un video per riposare spiritualmente. Un piccolo reportage dal Monte Athos. Il link è questo.
Buona visione.

martedì 26 dicembre 2017

Eloquenti immagini


Non è mia finalità occuparmi di quanto fa Bergoglio. Ci sono già fin troppi siti e blog che lo fanno in modo opportuno o meno. Tuttavia non posso non offrire ai lettori questi due eloquenti scatti, ripresi in occasione della benedizione natalizia dalla loggia vaticana.
Il cerimoniere vaticano, mons. Marini, è colto con un'espressione del volto prossima al pianto (vedi il video qui). D'altra parte Bergoglio aveva appena omesso una parte significativa della benedizione papale.
Il volto contristatissimo del cerimoniere è indice del clima che si respira in quegli ambienti, oltre che delle spensierate innovazioni o variazioni liturgiche volute da questo pontefice.
Da tempo, oramai, in gran parte del mondo cattolico la tradizione è vista come semplice prodotto umano e quindi rielaborabile a seconda delle circostanze. La tradizione liturgica rientra pure in questa mentalità. Non meraviglia che alcuni con un minimo di formazione possano di fatto piangere, tra l'indifferenza dei più. È veramente l'anarchia.

lunedì 25 dicembre 2017

Pressapochismo o ignoranza religiosa?

Auguro cordialmente buon Natale ai miei lettori e colgo l'occasione per una piccola riflessione che sarà utile, spero.

In occasione del Natale, la Rai ha trasmesso la Messa di mezzanotte celebrata dal papa a Roma. Tralascio il fatto che la “Messa di mezzanotte” non è stata celebrata a mezzanotte, rompendo così un significato simbolico e una tradizione connessa ad esso. Tralascio pure di commentare le parole del papa che so aver irritato alcuni cattolici per il modo spensierato di far dire al Vangelo quello che questo non vuole intendere, pur di portare il discorso sempre sui soliti temi sociali.

Quello che mi pare interessante è un particolare che potrà parere piccolissimo e che sicuramente alla maggioranza è sfuggito. Però tale particolare mi è sembrato aprire un'eloquente prospettiva, manifestare un'ignoranza religiosa di base. Mi riferisco ad un commento del cronista al momento della comunione. Il cronista (o uno dei due cronisti), devo ammetterlo, era abbastanza irritante per il modo smaccatamente affettivo e artefatto di porgere ma preferisco lasciar perdere. Preferisco indicare alcuni suoi contenuti non per un fine gratuitamente polemico ma per capire e cercare di indicare le basi, basi che sono sempre più confuse perché questo cronista (probabilmente un sacerdote) manifesta il pensiero di tutto un mondo che, pur cattolico, mi sembra distante dall'essenzialità cristiana. Ad un certo punto egli ha detto: 

“Anche dopo aver ricevuto la santa comunione siamo invitati a rispettare alcuni minuti di silenzio per far posto alla riflessione, alla preghiera personale...” (01:42:00 della registrazione disponibile su questo link)

Ho sentito immediatamente che in questa frase c'è qualcosa che assolutamente non va.

La comunione sacramentale è giustamente l'incontro con la grazia divina. Ciò è confessato unanimemente sia in Oriente che in Occidente. Ma se è un incontro reale, succedono determinati fenomeni di tipo spirituale, non di tipo psicologico, poiché anche se la psicologia umana è illuminata dalla grazia, la luce sentita interiormente è spirituale.
Sarò molto elementare in modo che chiunque lo possa capire.

Ci sono degli avvenimenti nella storia di qualsiasi uomo nei quali la ragione (e la riflessione) non c'entrano nulla. Questi avvenimenti sono legati ai momenti più importanti della vita umana: la nascita, il sonno, il nutrimento, la morte, l'amore. Quando la mamma da una carezza al suo bambino non ci fa una riflessione su: trae piacere nell'accarezzare quanto il figlio trae piacere nel ricevere da lei una carezza. Questo è un evento, non una riflessione e non ha bisogno di essere accompagnato o seguito da una riflessione. Solo quando la mamma non c'è più rifletteremo su quanto ci ha voluto bene. Ma a quel punto l'evento non esiste più!

Altri eventi sono: la nascita, il sonno, il mangiare, la morte. Eventi basilari nei quali l'eventuale riflessione avviene sempre dopo, mai sul momento in cui accadono. Infatti qui è il legame con la vita che prevale e questo è bene considerarlo attentamente perché l'autentica religiosità sta solo su questo piano.

Nel prologo del Vangelo di Giovanni leggiamo che Cristo è “la vita degli uomini”. Se è una realtà e non una semplice idea, il rapporto con Cristo, che nel tempo della Chiesa avviene attraverso la comunicazione della grazia (anche sacramentale), non può non essere dissimile agli eventi fondamentali della nostra vita, per quanto si ponga su un piano molto superiore.

La testimonianza degli asceti e dei mistici è chiara: nel momento in cui la grazia sfolgora nell'uomo, qualsiasi pensiero o riflessione come pure la preghiera cessano e rimane la contemplazione di un evento indicibile ed interiore al contempo. Non a caso si dice che il sacramento purifica e illumina, ossia agisce (quando realmente è valido ed efficace). Non ci resta che contemplare cosa sta succedendo in noi e successivamente ringraziare Dio.

Se l'evento in quanto tale non accade, potrebbe non esserci più alcun segno di vita nei sacramenti che rimangono pura teoria e formalità.

Quindi quando un commentatore dice che il silenzio lasciato dopo la comunione è per la riflessione, è il segno più evidente e chiaro, partendo dall'ascetica e dalla mistica cristiana antica, che, per lui, rimaniamo nella semplice vita psichica e non avviene nulla di spirituale. Non si testifica alcun evento immediato per cui si deve riempire il vuoto con una riflessione per non annoiarsi. Lo si può mai negare? Ecco perché, ascoltando tale frase, mi sono reso conto del possibile vuoto che c'è dietro e dell'impreparazione spirituale del cronista.

La riflessione, intesa come meditazione, viene fatta ben prima di una Liturgia eucaristica, ben prima di qualsiasi preghiera e serve a “scaldare i motori” ossia a polarizzare l'attenzione su Dio. 

Non a caso gli asceti sono invitati a non fare meditazioni o pensieri (anche buoni che siano) in momenti sbagliati al punto che il buon pensiero è considerato in quel caso una vera e propria tentazione del Maligno (pur di distrare l'ingenuo cristiano dalla presenza di Cristo e chiuderlo autisticamente nella sua testa).

Quando lo Sposo evangelico viene nella sua Grazia, e l'attenzione è su di Lui (non sui propri pensieri pii e religiosi), non c'è più spazio per pensieri o riflessioni ma per la festa.

Che festa sacramentale e natalizia si può mai fare quando si è ancora imprigionati nella semplice vita psichica, seppur religiosamente intesa, e sembra che i sacramenti non facciano più alcun effetto?

venerdì 8 dicembre 2017

Il termine "immacolata" riferito alla Madre di Dio

È sempre bene osservare le motivazioni di chi si oppone alla fede tradizionale non per scendere sullo stesso terreno degli oppositori (sarebbe un errore!) ma per capire la radice di tali motivazioni. Sostanzialmente tale radice ha un nome greco: apistìa, ossia un atteggiamento naturalmente agnostico.

Tale apistìa è divenuta il presupposto di molti biblisti odierni ed è con tale presupposto che essi commentano la Bibbia e le principali feste liturgiche cristiane. Essi, a loro volta, influenzano le predicazioni nelle chiese cattoliche.

Dovrebbe essere noto a tutti che il termine "immacolata" (ἄσπιληè identico sia nell'uso liturgico occidentale che orientale e si associa alla Madre di Dio anche se le due parti della Cristianità non lo spiegano nel medesimo modo a causa dell'antropologia agostiniana che pone accenti differenti rispetto a quella patristico-greca (*)

Se la spiegazione non è la stessa, il presupposto è comunque il medesimo: il peccato originale o la condizione che rovina l'umanità (e l'intero mondo) partita dalla disobbedienza adamitica. Che si creda o meno alla storicità di tale evento primordiale, dovrebbe essere evidente a tutti che ne viviamo ogni giorno le conseguenze che si concretizzano nell'azione delle passioni umane malvagie, nella decadenza, nella malattia e nella morte, realtà non volute da Dio ma introdotte nel creato come sfregio alla creazione stessa.

L' "immacolata" è sostanzialmente la sottrazione di una creatura dallo sfregio di tale situazione decadente, nonostante essa sia stata ugualmente soggetta alla morte come tutti noi ma, a differenza nostra, successivamente assunta in Cielo con Cristo. Questa è la fede antica in cui una sua parte si connette inevitabilmente con un'altra al punto che o tutto sta in piedi o tutto cade. 

Non così nella vulgata di diversi biblisti attuali i quali si pongono in modo totalmente diverso. Si veda solo a titolo di esempio cosa riporta Franco Barbero nel suo blog da me già citato a proposito dell' "immacolata concezione" della Madre di Dio. 
Egli, a differenza di molti, ha il coraggio di dichiarare apertamente le sue posizioni ma, non dimentichiamolo!, è ampiamente e silenziosamente condiviso nel cosiddetto Cattolicesimo  progressista. 

In queste posizioni si nota di fatto la negazione della decadenza e della morte come eventi non voluti da Dio e che sfregiano la natura creata. Di conseguenza, tali realtà sono naturali, ossia volute originalmente da Dio nella natura stessa. 
Ne segue che, allora, la stessa redenzione effettuata da Cristo, com'è tradizionalmente spiegata, non ha alcun senso (**). Essa, annullando gli effetti del peccato originale nell'umanità e nella creazione, si è resa visibile nella resurrezione di Cristo come "primizia di coloro che muoiono in Cristo" (cfr. 1 Cor 15, 20 ss.). L'umanità continua a patire le conseguenze del peccato primordiale e continua a morire ma trova in Cristo la speranza e la conferma in cui tutto questo sarà annullato. Il battesimo è l'immersione dell'individuo nel mistero della morte-risurrezione di Cristo in modo che, in lui, tale mistero possa agire al momento opportuno e, nel momento presente, possa contribuire a combattere efficacemente le passioni negative con la collaborazione umana. 

Partendo da un elemento attribuito alla Madre di Dio (l'essere immacolata) si giunge per logica conseguenza all'affermazione o alla negazione della base stessa su cui si appoggia il Cristianesimo.  
Ma vediamo cosa riporta Franco Barbero:

«... Questo umoristico dogma è una bestemmia anche perché non esiste nessun peccato originale, nessuna colpa originale, che segni la nostra vita dal suo primo giorno. Semmai nasciamo nella condizione umana in cui crescendo ogni giorno dovremo scegliere tra il bene e il male: ecco il senso del mito di Genesi.Il gesuita Andrés Torres Queiruga riferendosi al Catechismo della Chiesa cattolica osserva: ″Nel trattare le origini della razza umana… viene riconosciuta la natura simbolica/allegorica dei racconti della Genesi, ma nello stesso tempo si afferma che il racconto di Genesi 3 'espone un evento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo' (n° 390). È come se più di un secolo di dibattito attorno alla natura mitologica di questi racconti non avesse mai avuto luogo″. (Quale futuro per la fede, Ldc, Torino 2013, p. 43). Coerentemente egli conclude: "Una volta riconosciuto il carattere mitico-simbolico del racconto della Genesi, non ha senso cercare un'azione storica come causa della situazione attuale, attribuendole, per esempio, l'ingresso delle malattie o del male nel mondo" (Ibid., p. 44).
Va da sé che il dogma del peccato originale, come quello dell'immacolata concezione, non sono parte della fede cristiana e non hanno fondamento biblicoMi spiace per Maria, la mamma di Gesù. Il suo cammino di donna credente è per me una grande testimonianza: essere la madre di un ″profeta crocifisso″ non fu facile. Solo la sua profonda fiducia in Dio le permise di arrivare al cenacolo con gli apostoli e le apostole). Coprirla di dogmi significa seppellire la sua fede sotto il manto del privilegio».

Le posizioni di Barbero sono tutt'altro che isolate! Dovrebbe dunque essere chiaro a tutti che qui ci troviamo dinnanzi ad un Cristianesimo "decristianizzato" (o demitizzato, come questi autori amano dire), il quale ha in gran parte invaso le strutture della Chiesa cattolica e sta creando una nuova religione in cui Cristo non è più un uomo-Dio ma un "profeta crocefisso". Tale "nuova Chiesa cattolica", che progredisce a vista d'occhio mentre i vescovi cattolici dormono, sta pure architettando un modo per unire a sé le altre confessioni cristiane in un'unione veramente dissacratoria ed empia, come avrebbe qualificato ogni antico Padre o autorità ecclesiale. Questo è bene considerarlo sempre più e, dinnanzi a ciò, hanno poca importanza i "buoni sentimenti" e i "vantaggi umani" di chi vuole a tutti i costi, per forza e convenzionalmente un'unità senza Cristo. Il Cristo di costoro, infatti, non è il Cristo della tradizione biblica ed ecclesiale (anche se essi si autoproclamano come i migliori biblisti!) e, di conseguenza, la chiesa che costoro stanno infiltrando con successo nel Cattolicesimo non è affatto una Chiesa cristiana ma una specie di "setta umanistica e razionalisticamente illuminata". Il Cattolicesimo di ieri (quello che, agli occhi di un ortodosso, credeva comunque a qualcosa) è, infatti, in grandissima parte già morto. 

_________

(*) Per Agostino d'Ippona, il peccato dei Progenitori si eredita nei discendenti attraverso il rapporto sessuale. Cristo, non essendo nato come ogni uomo ma per opera dello Spirito Santo ne è dunque esente. La Madre di Dio, essendo predestinata a partorirLo, era stata concepita senza peccato originale. In questa spiegazione ci sono due elementi-chiave: la trasmissione del peccato originale e la predestinazione della Vergine Maria.
Nella spiegazione patristica greca, invece, pur parlando di un peccato primordiale, origine di tutti i mali presenti, si sottolinea che tale peccato è responsabilità unica di chi lo ha commesso, essendo legato ad un'azione personale e, in questo, non ereditabile. Ciò che i discendenti ereditano è, invece, il caos da esso determinato e con cui devono fare i conti. La Vergine Maria nasce nella condizione di questo caos come tutti ma, al momento del suo libero acconsentimento a divenire Madre di Dio, viene purificata dallo Spirito Santo e resa "immacolata". Notiamo in questa seconda spiegazione l'assenza della predestinazione e il legame del peccato unicamente con chi lo ha commesso. 
Entrambe le spiegazioni, pur mosse da presupposti differenti, giungono alla conclusione che la Madre di Dio è "immacolata", ossia esente dalle negatività umane, per poter essere un degno talamo per l'umanità di Cristo. Tutto ciò è visto come mitico dai biblisti razionalisti odierni.


(**) Ho presente la spiegazione che veniva data fino a cinquant'anni fa nel Cattolicesimo e che deriva, sostanzialmente da Anselmo d'Aosta: disobbedienza-peccato-offesa di Dio-punizione-riparazione dell'offesa fatta da Cristo-redenzione.
Prima di Anselmo, la redenzione viene spiegata dai Padri senza usare le categorie giuridiche di "offesa-riparazione" e si basa sulla seguente sequenza: disobbedienza-peccato-introduzione del caos e della morte-avvento di Cristo come restauratore dell'ordine primordiale-redenzione.
Questa seconda sequenza è quella a cui faccio riferimento e che chiamo "spiegazione tradizionale". La base di partenza in entrambe le spiegazioni, è sempre una precedente realtà ordinata in seguito alterata e sconvolta da un evento che la Bibbia chiama "peccato". È questa base di partenza che, di fatto, oggi viene negata e conseguentemente ciò comporta pure la perdita d'identità del peccato stesso. Forse anche questo spiega la verticale caduta di moralità tra il clero e i laici in molti ambiti cristiani e la giustificazione di condotte, fino a non molto tempo fa, condannate. 

domenica 3 dicembre 2017

Cosa ci insegna (simbolicamente) l'architettura della chiesa?

"Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno" (Lc 19, 40

L'architettura classica di una chiesa ha dei valori simbolici esaminati già nella Mistagogia di san Massimo il Confessore (VII sec.). Non ripercorrerò questo trattato che lascio alla lettura dei più volenterosi. In questa sede, ispirato anche da tale opera, mi limito a fare qualche considerazione che c’interesserà particolarmente, dati gli strani attuali tempi.

L’architettura classica di una chiesa (bizantina, romanica o di altro stile) è realizzata in un certo modo per rispondere a criteri pratici ma non solo.

Un elemento importante nelle architetture antiche è l’orientamento ma, pure, il modo di disporre le finestre, i lucernari, le cupole. Dalle finestre di una cupola (pensiamo all’esempio classico di quella di santa Sofia a Costantinopoli) piove la luce all’interno dell’edificio.

In un tempo in cui non esisteva l’illuminazione elettrica, era importante che l’interno di un edificio sfruttasse meglio possibile la luce solare. Nel caso della chiesa di santa Sofia, la luce solare fa un vero e proprio “concerto” di raggi e, piovendo dall’alto, illumina determinati punti nell’edificio sacro. Evidentemente in tale edificio non tutto è cupola, i suoi lucernari non sono tutto quello che ha. Eppure essi assolvono un compito importante, al punto che anche gli angoli più umili e reconditi ne possono usufruire.

Il significato simbolico di tutto ciò è presto detto.

Non tutti i cristiani riescono ad essere a diretto contatto con il Cielo, non tutti riescono ad avere il cuore così trasparente a Dio come il vetro di una finestra. Il “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5, 8) è sperimentato sempre da molto pochi, purtroppo! L’importante, però, è che alcuni tra molti possano assolvere questo compito. Tradizionalmente costoro sono sempre stati i monaci che, quindi, sono rappresentati, nell’edificio ecclesiastico, dalle finestre di una cupola. Perciò anticamente il monachesimo era considerato da tutti fondamentale, poiché, nell’ascetismo trasfigurato dalla grazia, il monaco attingeva più luce possibile per diffonderla attorno a sé e tale diffusione riguardava anche la parte più umile della Chiesa.

In queste condizioni, succede come in un edificio ecclesiastico: la mattonella del pavimento, quella posta nell’angolo più nascosto e che nessuno nota, quella che pare non serva a nulla a contatto com’è con la terra, è illuminata dalla luce delle finestre della cupola. E se la luce nobilita un oggetto così umile, quanto più lo fa con quelli più importanti: l’ambone, il pulpito preziosamente adornato, l’altare, ossia il luogo più sacro della chiesa!

Ma se, ad un tratto, si pensa che le finestre non servono e le si oscura totalmente o parzialmente, succede come nel Cattolicesimo dove i monasteri sono stati “riformati e aggiornati” secolaristicamente, o com’è successo nel Protestantesimo dove i monasteri sono stati soppressi perché ritenuti “dannosi” e “inutili”.
Che può succedere in queste situazioni? Lo vediamo chiaramente con l’esempio dell’edificio ecclesiastico: se ne oscuriamo le finestre e non abbiamo alcun’altra illuminazione, il suo interno rimarrà buio.

Se, poi, tutto ad un tratto qualcuno pensa che le finestre debbano essere poste sul pavimento in modo che le persone ci camminino su, che succederà? Oltre ad avere una chiesa buia, dove neppure gli oggetti più belli possono essere notati, tali finestre saranno solo d’inciampo, diverranno oggetti davvero inutili.

In una Chiesa i monaci sono le finestre, non sono la luce ma, nel loro quotidiano sacrificarsi, operano in modo da farsi attraversare da essa, da farsene trasformare perché tale luce possa toccare e nobilitare tutti, anche i più umili e lontani.

Come le finestre stanno in alto, così essi stanno lontano da tutti, praticando il Vangelo rigorosamente e fuggendo dal mondo. Se ne capisce la necessità quando si pensa che una finestra è invasa dalla luce solo quando è posta in alto, verso il cielo. È solo questo tipo di vita che guida davvero la Chiesa ed è quanto forma l’aspetto “carismatico” della Chiesa stessa.
Le colonne che reggono l’edificio rimandano ai vescovi o al clero in genere e sono l’aspetto “istituzionale” della Chiesa. Essi, permettendo ai monaci di vivere in una condizione più elevata, traggono il beneficio della loro fatica.

Che beneficio trarrebbero se, tutto ad un tratto, alterassero il monachesimo come chi oscura le finestre di una chiesa o le costruisce sul pavimento? Le colonne, ossia i vescovi, continuerebbero a reggere l’edificio, certo!, ma in quale stato, visto che il suo interno sarà avvolto dalla più nera oscurità?
La predicazione clericale senza la vita carismatica non ha alcuna incidenza, anzi può essere controproducente.

Per questo non ci si deve illudere: la moralità non è l’unica condizione per far funzionare una Chiesa e non è neppure la più importante. L’applicazione morale è paragonabile ad una chiesa il cui interno è pulito e ordinato. Ma una Chiesa può essere nel buio sia con la morale sia senza di essa e in entrambi i casi può avere un clero che l’amministra efficacemente. Sarà come avere un edificio privo di finestre e con ottime colonne che lo reggono saldamente. Se è al buio, finisce per essere relativo il suo ordine o disordine interno. Solo la luce che piove dall’alto può efficacemente dare un senso all’ordine e rivelare il danno del disordine, non una semplice predicazione di alcuni, per quanto sia utile anche questa. La Chiesa è prima di tutto e sempre una questione di grazia, ossia di vita, di luce.

Ecco perché è profondamente misero pensare che per la Chiesa possa essere sufficiente il suo solo aspetto istituzionale e che l’aspetto carismatico sia, nella migliore ipotesi, un “di più opzionale”, un donum superadditum, per dirla con l’espressione teologica di Tommaso d’Aquino. È pericoloso credere di poter fare a meno dell’aspetto carismatico ritenendo che, tanto, tutto va comunque avanti, visto che l’unica cosa importante è essere morali per “acquistarsi” il Paradiso!

È ancora più misero, addirittura blasfemo, ritenere, come oggi si tende a fare pure nel Cattolicesimo, che Dio ci salva comunque, indipendentemente dal nostro pentimento e dai nostri criteri morali tradizionali, perché siamo in una condizione tale da non migliorare e perciò siamo giustificati da Dio ...

È come pensare che in un edificio ecclesiastico (privo di luce elettrica) le finestre siano opzionali o, essendo troppo lontane dal pavimento, siano perfettamente inutili e non possano dire nulla al pavimento stesso. Tale pensiero si giustifica solo nel caso in cui dalle finestre che sono ancora in alto non scenda più luce da tempo (ossia la cosiddetta grazia non ci sia o non funzioni più nella Chiesa il che, con certi presupposti, succede di certo!).

Se il carisma non è più praticato e riconosciuto come importante, anche il monaco (o il religioso) si adatterà a quest’incredibile mentalità e, nel migliore dei casi, farà assistenzialismo perché penserà che pregare significa fare l’animatore sociale, l’infermiere o lo psicologo. Ma così egli è esattamente come la finestra costruita sul pavimento: qualcosa di curioso, stravagante se vogliamo, ma perfettamente inutile all’edificio. Per giunta sarà d’inciampo a quanti vogliono veramente camminare dentro la Chiesa.

Nessuno nega che in casi di autentica necessità anche un eremita debba abbandonare la sua cella per sovvenire le persone (d’altronde in caso di guerra o di calamità pure le tovaglie di un altare latino diventavano fasce per le ferite dei malati). Ma queste sono situazioni eccezionali che tali devono rimanere, altrimenti la cosiddetta “finestra” perde completamente il suo ruolo essenziale.

E, stando così, alla povera mattonella umile e nascosta del pavimento, sarà tolta l’unica cosa che la impreziosiva e scaldava: la luce. Il sacro altare e l’ambone riccamente adornato, poi, non si distingueranno più da ogni altra cosa, immersi come saranno nel buio. Così, come per una mente assolutamente mediocre, tutto diverrà uguale a tutto e lo stesso buio sarà chiamato luce a seconda delle circostanze.
Chiunque ora può capire che la confusione nella Chiesa è data da una mancanza di luce, ossia da una mancanza di grazia, non perché mancano i Vangeli o non li si commentano adeguatamente!

“Ma abbiamo i vescovi, il magistero dei papi che ci spiegano la verità, le encicliche dei patriarchi”, dicono alcuni. Ecco, è come dire: “Abbiamo comunque le colonne in questa chiesa e la reggono efficacemente”.

Sì, le colonne ci sono e magari sostengono l’edificio a dovere ma in qual stato è tale edificio? Il suo interno è immerso nell’oscurità e non è possibile camminarvi perché s’inciampa e si fa danni ovunque!

Infatti, le parole non servono a nulla se non c’è una vita che le illumina dal di dentro e una Chiesa non serve a nulla e, nel caso migliore, in nulla si distingue da una accademia, se non ci sono in essa dei monaci e dei mistici asceti che praticano la loro vocazione.

Riprendiamo a costruire le finestre in alto, più in alto possibile perché sia tornato a dare il primato al “carismatico” sull’ “istituzionale” laddove quest’ordine è stato secolarmente capovolto.

La mattonella del pavimento non può essere finestra e neppure la colonna lo può essere ma qualcuno lo può forse divenire.

Il monachesimo santo è l’unico vero magistero che ci manca perché senza la luce del Sole in una Chiesa ci si riempie solo di parole, di suoni! Lo stesso Vangelo senza una vita illuminata non solo non serve più ma diviene pretesto per irridere il Cristianesimo come di fatto sta succedendo ...

Qualcuno obbietterà: “Ma nella storia ci sono stati papi e vescovi santi, veramente carismatici. Un esempio: papa Gregorio Magno. Quindi il papato stesso è un carisma!”.

Attenzione: il carisma da essi avuto derivava da una pratica ascetica alla quale si erano lungamente preparati in precedenza. Essi erano dei monaci (Gregorio lo era stato) solo successivamente divenuti vescovi. Cambiarono la loro funzione, da “finestra” a “colonna” (per usare l’esempio sopra utilizzato) ma con il vantaggio di aver conosciuto la luce per esserne stati attraversati, non soltanto esteriormente toccati. Poi, nel caso di Gregorio, il fatto di essere “colonna” era un peso, non un onore, perché lo distoglieva continuamente dall’amata preghiera che prima faceva senza essere continuamente interrotto. Il papato, per Gregorio, era un peso e una responsabilità, non un “carisma” perché comportava il dovere di confermare nella fede i propri fratelli e ciò non si può fare con semplici parole ma con una santa vita!

Nella prospettiva di questi santi, è cieco o folle chiunque non lotta nell’ascesi ritenendo sufficiente amministrare la Chiesa con il Diritto Canonico e formarsi con uno studio intellettuale.

D’altronde, oggi chi vuole essere “considerato” nel Cattolicesimo gerarchico è instradato nello studio del Diritto Canonico stesso, non nella pratica della spiritualità o in un’autentica esperienza monastica!

So di qualche buon sacerdote cattolico, che voleva ritirarsi in preghiera per qualche tempo in un Santuario, e poi seppe d’essere stato ampiamente deriso dai suoi confratelli. Inoltre, se devo credere a quanto mi hanno riportato, so qualcosa di più grave: qualche tempo fa un cardinale affermava che, non portando soldi in Vaticano, i monasteri erano per la Chiesa cattolica perfettamente inutili!

I santi e i mistici, che passano attraverso la prassi ascetica custodita nella tradizione monastica e nella memoria ecclesiale, non sono medaglie al petto dei vescovi che se ne servono per la loro gloria individuale, per mostrare la “loro” singolare ragione e chiederne obbedienza. Le reliquie di questi santi non servono per far mercato organizzando feste formali con buoni sentimenti. Non sarebbe più vero culto ma feticismo dove non si giunge all'essenziale.
E l'essenziale è che i santi asceti sono i luminari della Chiesa perché hanno permesso alla Luce di attraversarli per illuminare ogni cosa grazie a cui tutto si può distinguere.

Oggi certi tradizionalisti cattolici mostrano un’incredibile ingenuità meravigliandosi davanti alla rapida secolarizzazione del Cattolicesimo. Ovviamente, credendosi i custodi di un buon ordine antico (che in realtà è solo quello dell’epoca moderna), danno la colpa al Concilio Vaticano II e con ciò pensano di aver risolto tutto. Le cose, invece, sono assai più complesse: è ovvio che spostando pian piano nei secoli il primato dal carismatico all’istituzionale il risultato non poteva che portare all’anemia del Cattolicesimo attuale e non è che, riportando l’orologio della storia agli anni ’50 del XIX secolo, si risolve tale crisi. Ci si pone solo nell’anticamera della situazione odierna lasciando perfettamente intatti tutti i presupposti per rigenerarla nuovamente.

Tutto si spiega in modo perfettamente logico, basta riuscire a vederlo: il carisma (quello vero!) non è una promessa divina che si applica magicamente, come se lo Spirito Santo automaticamente fosse assicurato a quel papa o a quel concilio, tant’è vero che i pronunciamenti gerarchici e conciliari erano anticamente lungamente vagliati da tutta la Chiesa.

Il carisma non è la prerogativa dei cosiddetti “movimenti carismatici”, nei quali pare emergere una specie di nevrosi collettiva che viene scambiata per dono dello Spirito Santo.
Il carisma è un’illuminazione interiore di grazia, che da una profonda conoscenza e coscienza della Chiesa. Per raggiungerla è necessaria una lotta, come si diceva anticamente, poiché solo “dando il sangue si avrà lo Spirito”. E anche ciò non è automatico perché avviene quando Dio vuole. Per questo Cristo usa espressioni forti al limite del paradossale quando dice: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10, 37). La perla preziosa non si da per nulla (cfr. Mt 13, 46) o per una magica e automatica promessa divina che ci s’illude di trovare nei Vangeli.

Questo vale per tutti nella Chiesa, qualsiasi ruolo si assuma in essa, perché siamo tutti uomini, dal primo dei chierici all’ultimo dei fedeli, e condividiamo tutti la medesima umanità. E l’umanità, per essere illuminata, chiede sacrificio (basti pensare alla fatica che si deve fare per pregare, a volte).

L’umanità non può essere illuminata dalla grazia (con la conseguenza della conoscenza che ne deriva) senza sacrificio perché lo stato umano è quello ereditato dalla disobbedienza adamitica, uno stato opacizzato, indebolito spiritualmente. È dunque necessario andare, in un certo senso, contro la propria natura, ossia “dare il sangue” per “avere lo Spirito”. Come in una palestra è necessario molto esercizio per allenare i muscoli, così per sensibilizzare l’interiorità sono necessarie molte preghiere e lunghe Liturgie. Chi pensa di ricevere da Dio sconti, come nella stagione dei saldi, abbreviando fino al ridicolo la Liturgia della Chiesa è solo stato ingannato. Sarebbe come chi pretende di vincere una gara senza essersi esercitato. A questo anticamente si ha sempre creduto.

Credere che la grazia (e la conoscenza che ne deriva) sia data automaticamente e per una promessa divina ad alcuni “privilegiati” nella Chiesa, è come essere davanti ad una superstizione. Da sempre si ritiene che la grazia sacramentale ha bisogno di una buona disposizione interiore per agire positivamente, il che dimostra che nella tradizione antica non c’è alcun spazio per concezioni magiche nella Chiesa!

Prescindere dallo sforzo umano è allora una superstizione, ma una superstizione furba, però, perché nella storia religiosa è stata impiegata sempre e solo per fini di potere unicamente istituzionale. Cos’era, infatti, la compravendita delle indulgenze? Nonostante oggi che non esistano più tali eccessi, in alcuni è rimasta questa pericolosa mentalità.

È allora chiaro e logico che, attraverso tale mentalità, qualsiasi cosa detta da un’autorità istituzionale nella Chiesa (papa, patriarca o metropolita) è senz’altro vera e bisogna obbedirvi immediatamente perché lo Spirito Santo è loro magicamente assicurato!

Dopo quanto detto, dovrebbe risultare evidente che tale mentalità magica ignora le dinamiche basilari della vita cristiana e il funzionamento tradizionale della Chiesa.

La Chiesa nel suo funzionamento armonioso e regolare è, invece, paragonabile ad un edificio con le sue colonne (i vescovi e il clero in genere) le sue finestre e lucernari (i mistici e i monaci) e il suo pavimento (i fedeli). Ognuno deve stare al suo giusto posto affinché tutto abbia la sua giusta collocazione e chi entra vi trovi ordine e armonia, ne possa progredire ed esserne positivamente trasformato.


© Traditio Liturgica

venerdì 1 dicembre 2017

Come leggere le divisioni nel Cristianesimo


Avevo poco meno di vent'anni quando mi riavvicinai alla pratica cristiana. Da allora è corso diverso tempo e ho cercato di capire sempre meglio il Cristianesimo. Ho capito che è illusorio pensare di averlo compreso con un manuale in mano o, semplicemente, con un catechismo per quanto autorevoli possano essere tali strumenti.

Prima di capire il Cristianesimo, ammesso che il mistero che lo anima lo si possa “capire” razionalmente, bisogna viverlo. E siccome non si è quasi mai in grado di viverlo pienamente la nostra comprensione sarà sempre limitata e soggetta a continui perfezionamenti.
Ciononostante, almeno per quanto riguarda le dinamiche principali che lo caratterizzano, si può cercare di tratteggiarne alcuni aspetti essenziali.

Il Cristianesimo si appoggia sulla figura di Gesù Cristo, come ci è tramandata nei Vangeli e com'è vissuta tradizionalmente nella Chiesa. Egli è prima di tutto una figura carismatica, ossia assolutamente spirituale, trascendente, nonostante si sia manifestato come un uomo. È perciò che la Chiesa vede il lui la manifestazione divina e Dio stesso.
Di conseguenza, il Cristianesimo originale, per quanto si esprima in termini umani, non può che essere ad immagine del suo fondatore, carismatico, assolutamente spirituale e trascendente.

Nella storia quest'identità è individuata nelle prime comunità cristiane, nonostante difficoltà, fraintendimenti e limiti palesi delle stesse. Quando il Cristianesimo entra nella corte imperiale, terminate le persecuzioni, il nascente movimento monastico ne eredita l'aspetto mistico, carismatico, spirituale, trascendente e profetico. I vescovi entrano nella corte dell'imperatore e, poco alla volta, si mondanizzano. Il monachesimo nasce per reazione a tale decadenza, pur di conservare l'essenza cristiana.
Tale essenza non è dunque stabilita da una semplice serie di doveri o cose da fare, da una forma da conservare ma da un'esperienza profonda di tipo spirituale da preservare (che costituisce pure il nucleo più profondo della traditio e della successione apostolica stessa). Se questa è oscurata o persa sono gli stessi cristiani che oscurano e perdono la loro vera identità.
Da allora si può dire che si evidenziano due poli all'interno della Chiesa: quello monastico e quello clericale. Si badi bene che queste realtà all'origine non sono in antagonismo o in opposizione ma collaborano assieme per il bene della Chiesa. Poi gli equilibri cambiano e bisogna fare particolare attenzione a tali poli perché la loro sorte lungo la storia inciderà, e non poco!, sull'identità ecclesiale.

Mentre il monachesimo, pur subendo i contraccolpi dei tempi, conserva un'identità carismatica e spirituale-profetica, il clero, per quanto d'istituzione neotestamentaria e finalizzato alla santificazione delle persone attraverso l'amministrazione dei sacramenti, finisce per adagiarsi lentamente allo spirito del mondo spingendo a fare altrettanto.

Così mentre il monachesimo rappresenta la parte più spirituale ed esigente della Chiesa, il clero, adattando la Rivelazione ai tempi, finisce, anche senza volerlo, per appannare le esigenze cristiane.

Detto ancora diversamente, tanto il monachesimo è contraddistinto dalla fuga mundi, per conservare l'integrità della Rivelazione, tanto il clero opera una adaptationem ad mundum, assume talora forme trionfalistiche e secolari finendo per incidere nel modus essendi della Chiesa.
Non è un caso che, da un certo periodo in poi, in Oriente si siano scelti i vescovi tra i monaci. Era infatti stato individuato il pericolo rappresentato da un clero tiepido e si è cercato di porvi un rimedio.
Il rimedio, purtroppo, non era destinato a durare: nell'XI secolo san Simeone il Nuovo Teologo parla già di una decadenza del clero e addirittura di una decadenza del monachesimo stesso.

L'Oriente era però destinato a conservare una forte tradizione monastica perché fu proprio nelle sue regioni che nacque il monachesimo egiziano, quello palestinese e, in seguito, quello atonita. I laici per cercare stimolo nella propria vita cristiana si recavano nei monasteri, allora come oggi, e non pochi tra loro terminavano i loro giorni nelle mura monastiche. È a partire anche da qui che si può dire che, tradizionalmente, nell'Oriente cristiano prevale l'identità monastica.

L'Occidente alto medioevale all'inizio è come l'Oriente al punto che l'abadessa Ildegarda di Bingen (XII sec.) è un riferimento per la gente umile ma, pure, per i re. Poi le cose cambiano: il monachesimo decade rapidamente e gli sforzi per riformarlo non impediscono accadimenti successivi di ben altra portata. 
Francesco di Assisi (XIII sec.) sente il comando divino di “restaurare la Chiesa” e pensa immediatamente di creare un movimento di fratelli laici (i frati) che vivono il monachesimo antico (è questa la prima vera identità francescana!), segno che la rivitalizzazione della Chiesa stessa era ancora ritenuta connessa ad una pratica di stampo monastico. Ma i tempi erano cambiati: morto lui, il movimento si divide e uno dei suoi rami perseguita il ramo più spirituale che si appella al Poverello di Assisi. Successivamente il francescanesimo diviene parte dell'istituzione operando attivamente nei tribunali inquisitoriali.

Il trionfo del papato in Occidente, nelle modalità tipiche del basso medioevo, è un segno, in realtà, del trionfo dell'aspetto clericale nel Cristianesimo su ogni altro aspetto. In questo modo, quando gli storici parlano di “Chiesa ortodossa” e “Chiesa cattolica” (termini nel primo millennio equivalenti), dovrebbero individuare nella prima il prevalere istituzionale delle istanze monastiche e, nella seconda, il prevalere delle istanze clericali, nonostante le oscillazioni determinate dalla storia stessa.

In Occidente il clero diviene un punto di riferimento nella Chiesa, per quanto vi siano pure religiosi e monaci ma oramai solo nello sfondo, perché finisce per incarnare l'istituzione ecclesiale nel suo insieme. Il Concilio di Trento accentuerà di molto quest'aspetto obbligando conventi e monasteri a ordinare il più possibile i propri aderenti. La reazione alla rivoluzione luterana farà in modo di accentuare a sua volta l'aspetto puramente istituzionale ecclesiastico e di vedere con sospetto l'aspetto carismatico e mistico che cercava di animare alcune realtà religiose.

In Oriente, nonostante la turcocrazia determini una certa decadenza, rimane forte il riferimento alle istanze carismatiche e spirituali al punto che nel XVIII secolo Nicodemo l'Aghiorita compone la Filocalia, una raccolta di scritti ascetico-spirituali che sarà un riferimento per i secoli successivi. Sono questi riferimenti che, in Oriente come nell'Occidente alto medioevale, stabiliscono il cosiddetto "magistero ecclesiale", espressione che poi nel Cattolicesimo sarà legata unicamente ai documenti ufficiali del papa e dei Concili. Tale svolta con la quale si indica una pronunciata istituzionalizzazione, è tutt'altro che chiara nel nostro contesto dove si proiettano situazioni e mentalità attuali in secoli nei quali esse non sussistevano.

All'inizio dell'era moderna, il nord Europa è scosso dalla rivoluzione luterana e finisce per creare qualcosa di totalmente diverso, presupposto per la cultura europea attuale. La Germania, in ciò, rappresenta un caso emblematico: l'aspetto clericale, o meglio clericalista, dopo aver prevalso nella Chiesa creando non poche distorsioni, in Germania implode miseramente ad opera di un chierico religioso, Martin Lutero. Su di lui sono state scritte molte valutazioni ma, forse, non è stata posta sufficiente attenzione al fatto che la creatura nata da Lutero è, in pratica, la logica conseguenza di uno squilibrio precedente. Come nella fisica le forze agiscono sempre a coppie, così in questa storia un eccesso precedente ha finito per determinare un eccesso identico ed opposto. Ma ci sono pure punti che testificano da quale pianta proveniva Lutero: anche lui, guarda caso!, è particolarmente scettico davanti alle istanze carismatiche e spirituali dei mistici.

Da allora sono avvenuti parecchi eventi ma le linee di fondo non sono molto cambiate. Tradizionalmente l'Oriente è rimasto d'identità monastica, nonostante tensioni e decadenze secolarizzanti. Oggi c'è il rischio non remoto che l'Oriente tenda a dimenticare questa sua identità, almeno in qualche patriarcato, sostituendola con un clericalismo di bassa lega che sta già dando i suoi più negativi frutti.

L'Occidente Cristiano mediterraneo vede il prevalere incontrastato del suo clero. Se fino a pochi decenni fa tale clero aveva una certa formazione spirituale nella quale si cercava, almeno formalmente, d'integrare in un certo senso l'aspetto monastico carente in Occidente, oggi questo non c'è più e il clero ha non di rado atteggiamenti secolaristici gratuitamente clericalisti e dispotici che finiscono per evacuare, nel Cattolicesimo, quel poco di tradizionale che ancora rimane.

L'Occidente Cristiano riformato nordeuropeo, superata la fase altomedioevale monastica e quella bassomedioevale clericale, si è costruito un'identità laica nella quale, però, è assente la componente trascendente e mistica, tipica del Cristianesimo antico e primitivo. Non a caso si è sbarazzato della vita monastica e religiosa! Esso rappresenta, per dir così, l'evoluzione “più matura” di un certo tipo di Cattolicesimo attuale al punto da attirare attenzione e stima di non pochi ambienti cattolici.

In definitiva, attorno al polo “monachesimo” e “clericalismo” possiamo identificare il travaglio plurisecolare dello stesso Cristianesimo, la sua evoluzione o involuzione. 
Laddove il Cristianesimo si formalizza, si raggela e si secolarizza è carente o assente la sua componente monastica e ciò determina nuovi equilibri e nuove identità ecclesiali.
Tale lettura, per quanto in questa sede necessariamente sintetica e rapida, mi pare molto più efficace e profonda rispetto a quella di chi, ancor oggi, preferisce spiegare la storia cristiana in termini manualistici puramente confessionali.


© Traditio Liturgica